07/12/2010

Pompeo e la libertà

Ci sono delle letture che ti spingono a riflettere non una, ma più e più volte. Da quando ho letto la vita di Pompeo, scritta da Plutarco, mi ritorna spesso nella mente l'episodio che precede  la morte del "grande" romano:

 "Pompeo salutò dunque Cornelia, che piangeva prima del tempo la sua fine, e ordinò di andare con lui sull'imbarcazione a due centurioni, a Filippo, uno dei suoi liberti, e ad un servo di nome Scita, e mentre già dalla barca Achilla [suddito della corte di Tolomeo XIII] gli tendeva le mani, egli si rivolse alla moglie ed al figlio e recitò i versi di Sofocle: Chiunque sale le scale della casa di un tiranno,  le discenderà da servo, anche se vi sia entrato da libero".

Sono proprio questi versi di Sofocle, di una sua tragedia a noi non pervenuta, che mi intrigano ogni qualvolta li rileggo. Soprattutto in tempi come i nostri, dove salire e scendere le scale di "tiranni" è diventato quasi un esercizio ginnico. Forse non sarà filologicamente corretta la mia interpretazione, ma i versi di Sofocle per me suonano come una maledizione per tutti quelli che hanno un contatto, anche di breve durata o di poca consistenza, con chi detiene il potere.

In due versi il grande tragediografo greco usa tre termini significativi: tyrannos, doulos, eleutheros.  Con il termine  "tiranno" i greci esprimevano il modo, senza limiti di legge, come una persona avesse raggiunto il potere  e non tanto come lo  esercitasse; ma non ci volle molto tempo perché questa parola assumesse il senso dispregiativo che noi le diamo. Il doulos era propriamente lo schiavo nato, non chi era fatto schiavo.   In greco il verbo douleuo (compiere il servizio dello schiavo), e il corrispondente sostantivo doulos (schiavo, servo) hanno un' accezione negativa. La libertà personale per i greci era il bene supremo.

Nell'antico oriente invece il re  era considerato il padre e signore assoluto di tutti i suoi sudditi;  i  ministri e i plenipotenziari  erano considerati suoi douloi in quanto  dipendenti dalla sua volontà . Doulos, in questo contesto, diventava un titolo onorifico.

Nel Nuovo Testamento spesso viene usato il termine doulos per indicare coloro che Dio ha scelto per realizzare i suoi disegni. E  Paolo si autodefinisce doulos di Cristo (Rom. 1,1) e dichiara che Cristo stesso "ha assunto la natura di servo" (Fil. 2,7) essendo in tutto "obbediente al Padre" (cfr Fil. 2,8).

Eleutheros significa libero, l'opposto di doulos. Gli anglosassoni hanno due parole per dire libertà: freedom e liberty. La prima significa assenza di restrizioni  rispetto a determinate leggi o regole sociali, la seconda indica la possibilità dell'individuo di disporre di sé.

L'aggettivo "libero" e il sostantivo  "libertà"   sia nella radice indoeuropea leuth o leudh (da cui eleutheria e libertas, ma anche lieben, lief, love), sia nella radice sanscrita frya (da cui freedom

inglese Freiheit tedesco, e anche friend, Freund, affetto, amicizia), richiama un’esperienza

umana che ha a che fare con una crescita relazionale che avviene in comune, con un

qualcosa che aggrega, accomuna, che rende partecipi gli uni e gli altri ad un comune

destino. Per questo   una forma possibile di libertà può aversi  all’interno di una relazione interpersonale, cooperativa o competitiva che sia, fondata sulla fiducia e sull’affidamento reciproco. [E. Benveniste, Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, trad. it., Einaudi 2000 vol. I, pp. 247-256; R.B. Onians, Le origini del pensiero europeo, trad. it., Adelphi, Milano, 1998, pp. 271-278.  ]

 Nella lingua latina pragmatismo, realismo, ma soprattutto pietas, dipendenza e appartenenza alla divinità,  conducono alla pax deorum, condizione essenziale per la salvezza dello stato. L’uomo romano era un contadino,  e anche le etimologie delle parole che usa ci riportano alla terra. Le divinità romane avevano con gli uomini un rapporto di paternità: la divinità suprema era Juppiter

(Giove padre). All’idea di paternità era legato il concetto di patrizi (quasi i padri del popolo) e di libertas, che era la condizione dei liberi, cioè dei figli (liberi,-orum significa figli).

Una concezione tutta romana della libertà possiamo trovare nell'aggettivo "ingenuus". Questo aggettivo è formato da in (dentro) + gen- , radicale di origine indoeuropea  che significa "generare, nascere" (cfr. gigno, geno, genus, genuinus, gens ecc.)  "che nasce dentro" (inborn dell'inglese), perciò, "nativo, naturale". Dall'accezione di "nato libero" a quella di "degno di un uomo libero" il passaggio è stato breve, per cui ingenuus ha assunto anche il significato di "nobile, onesto, sincero": le artes ingenuae erano le "arti liberali", cioè dell’uomo libero. I latini traducevano con libertas la parola greca parresia, che letteralmente vuol dire "parlare con libertà", parola che troviamo ancora in San Giovanni Crisostomo (quinto secolo d. C.), ma per l'ultima volta; perché successivamente di essa si son perse le tracce.     

 

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11/11/2010

Sacro e sagra

L’estate ormai è finita da un pezzo. I mesi autunnali segnano la ripresa di tutte le attività che nei  mesi dell'estate  erano state sospese in tutto o in parte. Atque in se sua per vestigia volvitur annus (l’anno si avvolge su se stesso, ritorna sulle sue orme) (Virgilio, Georgiche, 2, 402).

Senza nulla togliere al periodo di riposo, di vacanze, di spensieratezza tipico della stagione estiva, non si può non rilevare come in questi ultimi trent’anni le nostre estati (almeno quelle delle zone interne della Campania doce io abito) oscillino, come il pendolo, tra il “sacro” e il “sagro”, o meglio la “sagra”.

Il santo, il patrono in particolare, è riferimento indiscusso per le comunità, che partecipano generosamente alla realizzazione delle feste, con tanto di luminarie, musica e fuochi d’artificio.

Vicino o lontano che guardiamo, non si può non notare un affievolimento del senso religioso che spesso rasenta l’indifferenza verso la Chiesa. Lo sdegno che suscitano degli atti abominevoli perpetrati da alcuni sacerdoti e religiosi nel mondo,  presentati ad arte dai mezzi di comunicazione per gettare discredito, certamente contribuisce ad accelerare il clima di sospetto verso ciò che è sacro e l’allontanamento progressivo dalla vita della Chiesa locale soprattutto nelle sue manifestazioni liturgiche. Ad eccezione, naturalmente, degli eventi più significativi della vita di un uomo: la nascita, il matrimonio, la morte.

Per noi occidentali ( indoeuropei, per origine linguistica)   il fenomeno religioso  è  legato alla parola sacro (dalla radice indoeuropea  sak-, da cui sakros ). E si può rilevare come nella storia  tutte le espressioni religiose siano organizzate intorno al sacro.  Il sacro non  coincide con la normalità. Esso evoca  l'idea della straordinarietà, qualcosa che è oltre il quotidiano, il normale: lo spazio sacro infatti è lo spazio separato da quello ordinario; il tempo sacro è un tempo straordinario, oltre la scansione dei giorni e dei mesi. Per Georges Dumézil (1898-1986), storico delle religioni, filologo e linguista francese,   la radice indoeuropea sak-  sta a indicare il fondamento del reale e tocca la struttura fondamentale degli esseri e delle cose,  la relazione con gli dei e la conformità con il reale. Dalla radice sak-  deriva il verbo sancire, l’aggettivo sacer e il  sakros del Lapis Niger della Roma dell’epoca monarchica. Altri studiosi, come Mircea Eliade (1907-1986), hanno dimostrato come per la mentalità arcaica, tradizionale, sacro equivale alla realtà per eccellenza (Mircea Eliade, Il sacro e il profano, Boringhieri, Torino 1973), a ciò che esiste in massimo grado, con la massima intensità;  Huguette Fugier ha notato come la radice sak-, che sta alla base di tutte le parole indoeuropee indicanti il sacro, presenta un immediato riferimento con l'essenza del reale, con i suoi fondamenti più veri e concreti (H. Fugier, Recherches sur l'expression du sacré dans le lingue latine. Parigi, Les Belles Lettres, 1963). Julien Ries afferma che, «per il pensiero indoeuropeo, il sacro costituisce una realtà fondamentale dell'esistenza» (J. Ries, Il sacro nella storia religiosa dell'umanità, Jaka Book, Milano 1981). Alla parola “sacro” si lega  il termine sancire, che Isidoro di Siviglia così spiega: “Sancire est autem confirmare et irrogazione poenae ab iniuria defendere; sic et leges sanctae et muri sancti esse dicuntur”, e nella traduzione italiana: sancire significa confermare e proibire un’ingiustizia sotto minaccia di pena. Da qui anche il fatto che si parli di leggi sante e muri santi.

La ricerca scientifica moderna, frutto della cultura e della mentalità occidentali, è giunta a contraddire nettamente tale assunto: oggi il sacro equivale a fantasia e irrealtà; la scienza, invece, si caratterizza per le sue conoscenze e i suoi dati "concreti".

La Chiesa, che ha preso atto come negli ultimi secoli   tra i fedeli che partecipavano all’assemblea (ecckesìa) si era giunti quasi all’incomunicabilità, nella riflessione conciliare e post conciliare ha dato spazio ai linguaggi non verbali (la comunicazione sonoro-verbale, per esempio).

Il proliferarsi delle “sagre” in questi ultimi decenni può sembrare quasi un modo nuovo di avvicinarsi al “sacro” . “Forse la svolta epistemologica più gravida di conseguenze nel nostro tempo riguarda proprio la considerazione dei linguaggi non verbali che non sono semplici materiali sensoriali a cui si applica la ragione ma vere e proprie forme di pensiero” (intervento di mons. Felice di Molfetta al convegno Lo spazio sacro come spazio visivo e sonoro, Progettazione di chiese: il problema dell’acustica, Bari 1-3 giugno 2006).

                                                                                                   

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30/10/2009

Lodo

Ma che sarà questo benedetto “lodo”?  Se lo saranno chiesto in molti in questi giorni, ascoltando o leggendo a proposito della nota vicenda politica, che sembra somigliare più a una telenovela. Probabilmente il motivo politico della controversia, fa passare in secondo ordine l’interesse più squisitamente giuridico o se volete sul significato comune della parola; anche perché la gente di questo “lodo”, deverbale del  latino “laudare”, proprio non sa cosa farsene.

Il “lodo”, detto con le parole del Grande Dizionario di Salvatore Battaglia, è “decisione con cui un arbitro o un collegio di arbitri dirime (non di rado in via equitativa) una controversia”. Detta in parole povere è una sorta di compromesso, un accordo tra le parti quando gli interessi sono contrastanti e  di difficile conciliazione. Dare, fare, pronunciare un lodo vale dire prendere una decisione, risolvere una controversia in qualità di arbitro, proporre una transazione.

Il lodo insomma come arbitrato, è stato praticato sin dalle epoche più remote. Una commedia di Menandro (343-292 a. C.) giunta a noi incompleta, si intitola L’Arbitrato. In età imperiale  Pomponio Bassulo, il commediografo di Aeclanum imitatore dell’autore greco, aveva letto e forse ripreso nelle sue opere questa commedia. Sfortunatamente non ci è giunto neppure un titolo di questo autore irpino, morto suicida.

Ecco in che cosa consiste l’arbitrato della commedia di Menandro. Un pastore ha trovato un bambino esposto ma, non essendo in grado di occuparsene, lo cede ad una coppia conoscente,  che ha da poco tempo perso un bambino. La lite scoppia per gli oggetti che erano con il neonato: il carbonaio, che ha avuto affidato il bambino, sostiene che sono proprietà del bambino e dunque suoi, il pastore invece afferma che l'aver ottenuto il bambino non comporta necessariamente che l'altro debba avere anche gli oggetti ritrovati.
Per dirimere la questione, i due si affidano al giudizio di un passante, di qui il titolo della commedia Epitrepontes che in greco significa “coloro che si rimettono ad un arbitro”. Il giudice improvvisato
dà ragione al carbonaio.

Mi viene il sospetto che nell’animo di molti la parola “lodo” si confonda con “nodo”. Avere un nodo alla gola? Perché non un “lodo” alla gola? Non cambia molto la condizione del malcapitato. Oppure “sputare il rospo”, perché il lodo costringe uno dei contendenti a tirar fuori un motivo di discordia non chiarito o anche a rivelare una specie di segreto. E già che siamo in tema si può  ricordare che il rospo è  "amico" della strega,  e nel medioevo si credeva che fosse velenoso tanto da rendere velenose anche le piante vicino alle quali veniva sotterrato.

Ma nel medioevo “lodo” era una forma usata per “lode”. E nella Divina Commedia (Inf. III, 36) ne troviamo un esempio famosissimo, in quel verso che si ripete spesso: “che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo”; ma in questo caso per esigenza di rima. Con questo sostantivo (loda, laude, lodo) si indicano parole che attestano il merito di qualcuno; il suo opposto è biasimo, vituperio.
Il binomio lodo/lode è un motivo per rileggere un altro commediografo greco, Aristofane (450-385 a. C. circa), che nella commedia “le Rane”, a proposito della sua Atene “nella stretta delle tempeste” (siamo nel 405 a.C. e la Guerra del Peloponneso va concludendosi catastroficamente per la città) fa così dire al coro: “Molte volte ci è parso che con i cittadini per bene la città faccia come con la moneta antica e con il denaro di adesso. Quella non è adulterata ed è la più bella di tutte le monete, a quanto pare, la sola coniata a regola d’arte e valida ovunque tra i Greci e i barbari: ma noi non la usiamo, e preferiamo questi pezzi di rame scadente, battuti due o tre giorni fa con lo stampo peggiore”; e rivolgendosi agli ateniesi presenti: “ma almeno ora, sciocchi, cambiate sistema: usate di nuovo le persone utili. Se vi andrà bene, avrete lode; e in caso di insuccesso la gente di senno penserà che, qualunque cosa vi capiti, almeno vi siete attaccati all’albero giusto”.

15:13 Scritto da: manphry in opinioni | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook