29/06/2008
1799 a Greci (Avellino)
Furono sei mesi intensi e sconvolgenti quelli della Repubblica Napoletana del 1799. Un poco tutti i paesi delle province meridionali ne furono interessati; anche nel Principato Ultra, infatti, si formò un partito filo-repubblicano che contrastò aspramente con quello dei realisti filo-borbonici. I protocolli notarili di quegli anni contengono interessanti notizie in merito alla rivoluzione napoletana. Siamo andati a leggere quello che il notaio Francesco Candela di Savignano (Avellino) riporta nel suo protocollo dell’anno 1799 in riferimento a fatti e persone della vicina comunità di Greci.
Quello che accadde nel 1799 a Greci, comune del Principato Ultra, non fu diverso da quanto registrato per gli altri paesi della provincia. Emblema di quella particolare stagione della storia del Mezzogiorno fu l’albero della libertà, che, a quanto risulta, non fu un’innovazione della Francia rivoluzionaria e giacobina, ma una “moda americana”.
L’albero della libertà.
Nell’America del nord l’abete rosso, simbolo della Nuova Inghilterra già nel secolo XVII, divenne il simbolo della pace e della libertà nelle guerre di indipendenza contro gli inglesi. In seguito anche gli olmi, le querce e i pioppi furono utilizzati per simboleggiare la libertà conquistata. Questo Liberty Tree Flag si ispirava al modello di un albero realmente esistente sul Hanover Square a Boston, sotto il quale i figli della libertà avevano tenuto le loro riunioni prima del famoso Tea Party di Boston del dicembre 1773.
Per iniziativa di sanculotti e giacobini si cominciò a piantare alberi della libertà nelle piazze delle città e dei paesi della Francia subito dopo la rivoluzione del 1789. Questa usanza attecchì, si può dire trattandosi di piante, così rapidamente che si contavano, secondo la voce popolare, ben 60.000 alberi della libertà appena tre anni dopo la Rivoluzione.
In Italia con i francesi arrivò anche l’uso dell’albero della libertà, piantato in analoghe circostanze rivoluzionarie, come quella del 1799. L’albero della libertà non era sempre costituito da una vera pianta vegetale, nel caso italiano una quercia o un pioppo in genere, ma consisteva in un semplice tronco o palo di legno addobbato con nastri tricolori e sormontato da un berretto frigio.
A Greci il nuovo e breve assetto istituzionale trovò un terreno quanto mai fertile. Stando alle deposizioni, che di seguito si riportano integralmente, al nuovo governo aderirono diversi esponenti del clero locale, che con la fine dell’esperimento repubblicano furono direttamente chiamati in causa perché rei di aver sostenuto la Repubblica e di aver oltraggiato il Re e la Monarchia.
Il paese chiamato a testimone.
Il notaio Francesco Candela di Savignano, che inizia il suo protocollo degli atti rogati nell’anno 1799 dal mese di maggio (e questo lascia chiaramente trasparire il clima di incertezza politica e amministrativa che regnò nel primo semestre), la sera del 16 ottobre di quell’anno raccoglie in “tenimento” di Greci, il luogo non è meglio precisato, le deposizioni di un ragguardevole numero di cittadini di questo comune:
”Personalmente si sono costituiti nella nostra presenza Luigi Sasso, Pasquale Panella, Salvatore Strada, Vincenzo Tirello, Vincenzo di Simone, Nicola Palombo, Giovanni di Filippo Sasso, Nicola Quadrella, Tommaso di Carlo, Domenico Castano, Giacomo di Chiara, Giovanni di Saverio Pinto, Domenico Filaseta, Francesco Pucci, Ciriaco Capobianco, Vincenzo Castello, Vincenzo Vara (o Vasa), Crescenzo Candela, Francesco Marino, Francesco Panella, Mattia Biva, Michele Filaseta, Saverio Quadrella, Vincenzo Manes, Crescenzo Scrima, Vincenzo Cossa (o Cozza), Giuseppe di Carmine Rex, Francesco Padalino, Michele Strada, Antonio Palombo, Michele Palombo, Michele Tursi, Pasquale Gliatta, Michele Gliatta, Vincenzo Morsa, Nicola Saverio Quadrella, Giovanni di Francesco Valente, Vincenzo di Martino Lauda, Vincenzo di Giuseppe Roccia, Luigi Izzo, Mercurio Boscia, Bartolomeo Vara (o Vasa), Michele Vara (o Vasa), Nicola di Michele Scrima, Vincenzo di Carlo Boscia, Pietro Clemente, Marco Giordano, Francesco di Martino Lauda, Francesco di Nicola Sasso, Filippo di Martino, Francesco del Ré, Francesco Vara (o Vasa), Gregorio di Domenico Boscia, Filippo Norcia, Lorenzo Clemente, Gaetano Orlanno, Giuseppe di Chiara, Francesco di Simone, Francesco di Donato Panella, Oto di Minno, Luigi di Vincenzo Rex, Giovanni di Giorgio Lauda, Filippo di Martino Pucci, Michele di Giuseppe Lauda, Giacomo Locchese (o Lucchese), Bartolomeo di Antonio Boscia, Giuseppe Candela, Giovanni de Carlo, Filippo Cera, Francesco di Crescenzo Costanzo, Gregorio Sollazzo, Vincenzo Gliatta, Michele di Carlo Boscia, Francesco Costanzo, Luigi de Minno, Michele Toccano, Michele Meola, Giovanni Scrima, Francesco di Mercurio Lauda, Domenico de Carlo e Filippo Pinto, tutti di questa Terra di Greci”.
Una coccarda tricolore.
Una ottantina di uomini adulti, e vorrei aver trascritto correttamente tutti i loto nomi, si sono presentati davanti al notaio Francesco Candela per deporre in favore di un sacerdote di Greci. Se si considera che la popolazione di tutto il paese in quel periodo assommava a un mezzo migliaio di persone (si veda la monografia di G. Conforti su Greci edita nel 1922) il numero di testimoni che vanno a deporre davanti al notaio è indicativo di una situazione estremamente delicata in cui si vennero a trovare gli indiziati di reati politici nel paese. La rivoluzione partenopea, come si sa, ebbe fine tragicamente nel mese di giugno del 1799; ma per i suoi fautori le cose non andarono meglio dopo la conclusione dell’impresa.
I grecesi costituitisi spontaneamente davanti al notaio “col presente pubblico atto –scrive Francesco Candela- e con giuramento asseriscono costarli benissimo, come il Reverendo Sacerdote Seculario D. Paolo di Martino di questa istessa Terra primacché si fosse democratizzato questa loro Padria mai l’hanno veduto colla noccarda ricolorata, ma bensì l’hanno veduto a Domenico Antonio Lusi altro loro compaesano colla noccarda tricolorata; anzi il sopra detto D. Paolo in occasione che era ritornato D. Giovanni Bellusci altro loro concittadino dal Seminario di Benivento, come in quella città vi era entrata la Truppa Francesi così venne colla noccarda tricolorata finché arrivò in quel Tenimento, e poi se la tolse dal suo cappello; ed avanti la Chiesa Madre avendola fatta vedere, il D. Paolo se la prese, la lacerò, ne fece un atto disprezzabile, e poi se la pose sotto li suoi piedi. Asseriscono ancora come detto D. Paolo de Martino non fu suo il piacere di essere Presedente, ma in publico Parlamento fu eletto unica voce (all’unanimità) dal Popolo, per averlo conosciuto di essere vero Regalista. Asseriscono di più, come non fu ordine suo espresso, che si fussero demolite l’insegne, ma di tutta la Municipalità, per aver avuto ordine dalla Municipalità della città di Troja come Cantone della Sedicente Republica. Finalmente asseriscono come il loro Reverendo Arciprete D. Giacomo Lusi, quantunque avesse avuto l’ordine di predicare al popolo l’ubidienza alle nuove dignità costituite; coll’isfuggire de grossi mali non mai ha ardito di predicare, se non se nel dì diecinnave di maggio, coll’ordine di D. Francesco Saverio Rex allora vice Presidente, e coll’ordine del Notar Boscia anche allora Segretario; e questi diedero l’ordine al reverendo Arciprete, che avesse letto nella Chiesa un Editto della ridetta Sedicente Republica e detto Arciprete in fin della lettura pregò il Popolo a raccomandarsi a Dio, acciocché gli liberasse da ogni male e pensasse alla comune quiete e tranquillità in tempo che il citato D. Paolo di Martino era assente da questa Padria per essere andato nella sua Massaria delle pecore nella Puglia”.
Gli stemmi demoliti.
Le accuse che venivano mosse al sacerdote Paolo di Martino erano molto gravi: aver presieduto il pubblico Parlamento cittadino, aver esibito in pubblico simboli rivoluzionari quali la coccarda tricolore, aver predicato in chiesa a favore del nuovo governo. Questo spiega il numero consistente di testimoni chiamati a sostegno di una difesa, che finisce con il coinvolgere altre persone.
Nella stessa sera del 16 ottobre un’ora dopo le deposizioni dei testi, alla presenza dello stesso notaio “si è costituito Giuseppe Villano maestro scalpellino della Terra di Frigneto l’Abbato (oggi Fragneto l’Abate in provincia di Benevento), casato e commorante in questa Terra di Greci, il quale spontaneamente con giuramento e col presente publico atto asserisce come essendo stati eletti Saverio Lusi, Michele Manes e Donato di Chiara dell’abbolita Municipalità di Greci col demolire li stemmi della Monarchia e della Aristograzia in seguito di ordine venuto a detta Municipalità dal Cantone di Troja ed a quello della Sedicente Repubblica, i sudetti Saverio Lusi, Michele Manes e Renato de Chiara chiamarono esso costituito, acciocché insieme con essi avesse tolti e demoliti tutti li stemmi, come infatti tra gl’altri stemmi, o siano imprese, esso unitamente colli ridetti Saverio Luso e Michele Manes toglierono la Reale Iscrizione, che stava sopra la Fontana detta la Ripitella, la quale perché pesante, non si poté sostenere a polso e cadde dentro la sudetta Fontana, e si ruppe cascanno, senza che nessuno de detti deputati avesse fatto qualche freggio col martello o dette parole improprie e ciò si fece col timore perché in quell’istante si trovò passando la truppa de’ Sedicenti Francesi”.
Persone dabbene.
Anche in questo caso la testimonianza serve a discolpare dall’accusa di oltraggio alla corona e alla monarchia i grecesi che avevano in definitiva distrutto un’iscrizione e uno stemma reale.
Le deposizioni davanti al notaio Francesco Candela si conclusero nella stessa serata con una terza costituzione di testimoni quella dei “Reverendi Sacerdoti Secolari Don Francesco Bellusci, Don Filippo Bellusci, Don Luigi de Majo, Don Giovanni Bellusci, magnifico Nicola Bellusci, Oto de Minno, Michele Palombo, Francesco Padalino, Michelantonio Manes e Giovanni Sasso tutti di questa Terra di Greci, li quali spontaneamente col presente publico atto e con giuramento dichiarano e confessano qualmente il magnifico Saverio Lusi, Reverendo Arciprete Don Giacomo Lusi, Sacerdote Don Michele Lusi, Don Nicola Juorio Lusi e il Don Ludovico Lusi figli del detto Saverio sono persone dabbene e pacifiche e timorosi di Dio e nell’innalzamento dell’infame Albore della sedicente Repubblica, non hanno fatto veruna parte premurosa, non hanno cercato né avuto uffici nell’abolito Governo Provvisorio, né mai hanno fatto veruna azione o insinuazione contro il nostro Monarca e della Monarchia, ma si sono sempre mantenuti nella loro pace e quiete che per essere la verità essi sudetti costituiti hanno chiesto noi publico e Regio Notaio, Regio Giudice a contratti e testimoni affinché ne avessimo formato il presente publico atto”.
Le tre deposizioni sono fatte di volta in volta alla presenza non sempre degli stessi “giudice a contratti” e testimoni. Per il primo atto, infatti, presenziano: magnifico Giuseppe Lauda Regio Giudice a contratti, Nicola Morsa, Giovanni di Andrea Sasso e Don Luigi Lauda testimoni, tutti di detta Terra; per il secondo: magnifico Giuseppe Lauda Regio Giudice a contratti, Nicola Morsa, Giovanni Sasso ed Oto de Minno testimoni, tutti di detta Terra; per il terzo: magnifico Michele Manes Regio Giudice a contratti, Saverio Panella, Bartolomeo Meola e Giovanni Granato testimoni, tutti di detta Terra.
La cittadina di Greci, come si sa, è un paese alloglotto, unico esistente nella Regione Campania. Le sue origini albanesi traspaiono proprio nei cognomi, anche se nella trascrizione grafica italiana. Gerardo Conforti che pubblicò nel secolo scorso un volume di “Appunti di storia cronologica di Greci”, trattando della variazione demografica del paese nell’età moderna, scrive: “Sulla scorta di questi fuochi e dei registri parrocchiali per gli anni su menzionati, a Greci, famiglie di origine puramente albanese, sono: Bina, Flamingo, Mascia, Meula (oggi Meola), Mandes (oggi Manes), Vara, Filaseta, Broscia (oggi Boscia), Pinto, Panella, Rex, Poppa, Pucci, Lucchese, Sollazzo, Cozza, Luso (oggi Lusi), Lauda, Norcia, Gliatta, Bellusci, Sasso”.
Molti di questi cognomi compaiono anche tra i testimoni che spontaneamente deposero a favore di altri loro concittadini in quel lontano ottobre del 1799. E che la Repubblica Napoletana trovò molti proseliti in questo paese alloglotto dell’Irpinia, con una sua spiccata tendenza all’autonomia, potrebbe non essere una pura e semplice suggestione.
15:55 Scritto da: manphry in storia | Link permanente | Commenti (2) | Segnala | OKNOtizie |
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09/04/2008
la Campania normanna
QUANDO I NORMANNI SCOPRIRONO LA CAMPANIA
La Campania si presentò ai primi Normanni, che vi giunsero intorno all’anno Mille, come un territorio particolarmente fortunato sia per la fertilità del suolo sia per la prosperità delle sue città. La zona costiera, però, si presentava economicamente più interessante per i traffici con i paesi che si affacciano nel Mediterraneo; quella interna, appenninica, era meno ricca economicamente, ma con una sua vitalità sociale e culturale.
Politicamente le città della costa riconoscevano, anche se solo formalmente, l’autorità dell’Imperatore Romano d’Oriente, mentre quelle dell’interno rientravano a pieno titolo nella Langobardia minor, frutto dell’unione ormai secolare dei latini con i longobardi. Nello stesso territorio culture e popoli diversi si confrontavano, spesso lottando aspramente tra loro, si integravano e si fondevano.
Dal mare provenivano la prosperità e la ricchezza, ma anche le minacce più gravi. La Sicilia in mano ai Musulmani costituiva un pericolo costante non solo per le popolazioni rivierasche, ma anche per quelle dell’interno. I pirati saraceni non conoscevano ostacoli alle loro scorrerie. Nel sec. IX furono saccheggiate e distrutte, tra le altre, le città di Miseno, Formia, Fondi e Capua. I Saraceni stanziati in Puglia distrussero Telese, Alife e saccheggiarono perfino Benevento, la capitale del Ducato. Nemmeno le chiese e le abbazie furono esenti da razzie.
Il Ducato di Benevento, che sopravvisse alla caduta del regno longobardo avvenuta per opera di Carlo Magno nel 772, non comprendeva più nella seconda metà del IX secolo Salerno e Capua, diventate a loro volta dei principati autonomi. Una guerra scoppiata fra Siconolfo e Radelchi, comportò nell’anno 849 la spartizione del Ducato in due Principati, Benevento a Radelchi e Salerno a Siconolfo. Ma, come scrive Erchemperto nella Historia Langobardorum Beneventanorum: Set, quod peius, provincia in multis divisa ad exitium magis quam ad salutem de die in diem a dominatoribus ducebatur (ma, il che è peggio, la provincia divisa in molte parti di giorno in giorno dai suoi dominatori era condotta alla rovina piuttosto che alla salvezza). Tra i secoli X e XI il territorio del Ducato beneventano si ritrovò ridotto di territorio non solo per la divisione avanti accennata, ma anche per effetto della riconquista di altre località da parte dei Bizantini e per la nascita di nuovi poteri autonomi nelle Contee.
Il Mezzogiorno continentale, la Campania in particolare, soffriva di un persistente stato di ribellioni: il potere sul territorio tendeva a frazionarsi in mille potentati locali. In concreto si trattava di una usurpazione continua da parte di nobili e di gruppi familiari, ma anche di enti ecclesiastici, delle prerogative proprie dell’autorità riconosciuta, duca o principe che fosse.
Pellegrini e guerrieri.
La fama di ricchezze del nostro Meridione e della Sicilia lusingava non poco avventurieri in cerca di fortuna e di gloria. E anche i Normani, che fecero la loro apparizione al Sud intorno all’anno Mille, dovettero credere che le nostre regioni fossero il paese di Bengodi.
Essi venivano dalla lontana penisola di Normandia, dove i loro antenati Vichinghi si erano stabiliti e avevano ottenuto con Rollone nel 911 il riconoscimento ufficiale del Ducato di Rouen da parte del re di Francia.
I guerrieri normanni si erano conquistata presso le genti d’Europa la fama di soldati mercenari abili e feroci. Indossavano l’usbergo, una maglia interamente fatta con anelli di ferro, che li proteggeva dalla testa alle gambe. Erano armati di scudo a forma di mandorla, di spada e di lunga lancia. I cavalieri normanni sciamarono con alterne fortune dalla Spagna settentrionale all’Inghilterra, dall’Irlanda alla Tunisia, alla Siria e Impero Romano d’Oriente. “Emigravano” per motivi di successione (il patrimonio alla morte del capo famiglia andava al primogenito), ma anche per desiderio di conquista e, cosa non rara a quei tempi, per motivi di culto (visita a celebri santuari cristiani).
Intorno all’anno Mille si segnalavano i primi pellegrini normanni al santuario di San Michele sul promontorio del Gargano, uno dei più famosi e frequentati dell’Europa medievale. Con pellegrini normanni venuti sul Gargano entrò in contatto Melo di Bari, nobile di origine longobarda, il quale ad essi chiese aiuto, e l’ottenne, contro i Bizantini padroni della sua città e delle zone costiere del Mezzogiorno.
Un’altra tradizione storiografica riferisce invece che dei Normanni di ritorno dal pellegrinaggio in Terra Santa fornirono aiuto ai salernitani impegnati a rintuzzare un assalto dei Saraceni.
La presenza normanna nel territorio.
Come siano andate poi le cose, è risaputo. L’arrivo dei Normanni al Sud non fu un’invasione e neppure una conquista; la loro si potrebbe definire una usurpazione sulle rovine “politiche” dei potentati bizantini e longobardi. Mettere insieme questo mosaico di entità politiche e dare ad esse unità fu opera di Ruggero II, che si assicurò l’appoggio della Chiesa, garantendo un alleato fedele al papa e a se stesso la legittimazione della formazione di una monarchia.
Divenuti padroni del territorio i Normanni si inserirono nelle vicende feudali e tennero in feudo la terra conquistata. Essi si insediarono in una regione nella quale sin dal X secolo la popolazione in crescita si era andata raggruppando in nuclei abitati accentrati.
Le fortificazioni realizzate prima del Mille nei territori longobardi e bizantini avevano un preciso scopo di difesa e punteggiavano il territorio campano. I castelli edificati dai Normanni, ai motivi della difesa, aggiungevano quello del controllo economico e sociale del territorio.
Lo sviluppo agricolo, i dissodamenti, la messa a coltura di nuove terre, accrebbero la brama di questi nuovi proprietari. E il castello, chiamato in Campania spesso anche “rocca”, divenne la residenza del signore e lo strumento di controllo sulla terra, sui contadini e sui prodotti del loro lavoro. Per questo il castello veniva odiato dalla gente. Un cronista dell’epoca rimpiangeva il passato quando non si edificavano castelli, ma le campagne, tranquille e in pace, erano cosparse di case e di chiese.
Nelle terre del Ducato beneventano vi erano centri abitati non molto grandi, sparsi un poco dovunque nelle campagne. Le colture erano differenziate: intorno alle case e agli abitati in genere si trovavano gli orti, poi venivano le vigne. I boschi di querce e di castagni erano sullo sfondo del paesaggio agrario di età normanna. Particolare attenzione era riservata ai terreni irrigui, alle selve, ai prati, ai pascoli sia di montagna che di pianura. I campi venivano lavorati con i buoi, ma anche manualmente con zappe e vanghe. Si aveva cura della concimazione dei terreni.
Ai primi decenni dell’anno Mille è già attestata nella provincia di Avellino la coltivazione del gelso per bachi da seta, come pure quella del lino. Si dissodano le zone incolte, aumentano le aree da mettere a coltura, si piantano e si innestano alberi da frutta.
Matrimoni a rischio.
Ruggero II, dieci anni dopo la sua fastosa incoronazione a Palermo, promulgò nelle assise di Ariano Irpino un corpus di leggi valido per l’intero Regno. Quelle norme sono oggi per noi un documento prezioso per conoscere le condizioni della società dell’epoca.
La legislazione normanna (e sveva) fu molto attenta al rispetto della moralità pubblica e privata. Gli aspetti di una società caratterizzata da violenza e immoralità si ritrovano puntualmente segnati nei contratti di matrimonio, documentati in sufficiente numero per le zone interne della Campania. Accanto al sequestro di persona a scopo sessuale, dai documenti traspare l’abitudine di rapporti di coppia prematrimoniali ed extramatrimoniali. Non ci si scandalizzava più di tanto per adulteri e concubinati, per divorzi e nuove nozze.
Principi e cavalieri normanni diedero tristi esempi di comportamenti sessuali non consoni né al rango né alla legge morale. Seguendo il loro esempio, anche la gente comune si lasciava andare. I genitori delle ragazze da marito, preoccupati della castità delle figlie e della buona riuscita dei matrimoni, chiedevano ai futuri generi, e ai loro garanti, l’impegno a vivere in pace con la propria moglie e a non avere altre donne, ad assicurare alla sposa un tenore di vita conforme al rango e alle possibilità economiche, a rispettare l’unità e l’indissolubilità del matrimonio, a trascorrere con la sposa una vita serena e tranquilla.
Mecenatismo normanno.
I cavalieri normanni che si impossessarono di città e di castelli, nella nostra regione come nel resto del Mezzogiorno, cercarono di far dimenticare l’origine del loro potere e di stabilire con gli assoggettati buoni rapporti di convivenza. Anche per raggiungere questo scopo essi promossero la costruzione ex novo e il rifacimento di chiese e monasteri.
A Salerno Roberto il Guiscardo, dopo la conquista della città nel 1077, finanziò la ricostruzione della cattedrale di san Matteo. E la munificenza del principe viene ricordata in un’epigrafe sulla facciata del tempio.
L’architettura religiosa della Campania si ispira al modello benedettino-cassinese: cattedrale di Capua (1073-1081), di Caserta Vecchia (1153-1213).
Elemento unificatore nella produzione artistica dell’Italia meridionale in età normanno-sveva fu l’eredità culturale latina e paleocristiana, che condizionò anche l’accoglimento di innegabili influssi culturali bizantini, islamici e nord-europei.
L’eredità dei Normanni.
I re normanni e i loro successori svevi hanno rappresentato un ponte ideale attraverso il quale i vari elementi della cultura islamica, ma anche ebraica e orientale furono trasmessi non solo al nostro Mezzogiorno, ma all’Italia tutta e all’Europa.
La configurazione geografica e politica della nostra regione ha la sua origine in quest’epoca, quando per effetto dell’unificazione normanna la zona romano-bizantina e quella longobarda legarono le loro storie. La ricomposizione politica del territorio portò come conseguenza una impostazione diversa della rete stradale, dei rapporti commerciali e militari.
Il sistema monopolistico dell’economia sveva ed il crescente fiscalismo, che diventò più oppressivo con il bisogno di denaro da parte del sovrano, annullò i benefici dei provvedimenti in favore della produzione. I re normanni e svevi diedero impulso alle attività economiche, utilizzando anche l’esperienza dei musulmani, che avevano dato prova del loro talento imprenditoriale. Federico II protesse la produzione del Regno
20:58 Scritto da: manphry in storia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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10/02/2008
Delitto a colpi di subbia.
Ristabilito sul trono di Napoli dopo la parentesi francese durata un quindicennio, Ferdinando IV si preoccupò di rimettere ordine nel suo regno. La restaurazione riguardò anche il titolo regale; il re, infatti, assunse dal 22 dicembre 1816 il nome di Ferdinando I, dando così adito al motteggio popolare che, grosso modo, così diceva: Eri quarto poi terzo,secondo e infin primiero / se continui di questo passo finirai zero.
Restaurazione e riforme.
A parte le considerazioni che si hanno della restaurazione borbonica, Ferdinando I (o IV), forte dell’esperienza, si preoccupò di apportare delle riforme. Per quanto riguarda l’amministrazione della giustizia, con decreto reale del 23 agosto 1817 prescrisse l’istituzione della Corte Suprema di Giustizia, “che sovrasta a tutt’ i Corpi giudiziari, non per occuparsi degl’interessi delle parti, ma per vigilare su’ giudici e richiamarli incessantemente alla uniformità ed alla osservanza delle leggi. Ogni decisione dunque della Corte Suprema può dirsi riguardante un interesse generale. L’esame quindi delle sue massime, se deviano dalla sua istituzione, dee proporsi alla Maestà Vostra dal Ministro di Grazia e Giustizia”. Così scrivevano Niccola Nicolini, Felice Parrilli e Givanni Vittorio Englen nell’introduzione al primo volume dei Reali Rescritti ed atti Ministeriali e delle decisioni della Corte Suprema di Giustizia, pubblicato nel 1818.
In appello per una condanna a morte.
Una parte delle decisioni della Corte riguardano reati criminali; e dalla lettura delle sentenze si possono ricavare molte notizie di eventi e di persone delle province campane che ebbero problemi con la giustizia.
Nel 1817 è pendente davanti alla Suprema Corte di Giustizia il ricorso di Francesco Giallanella di Guardia Lombardi (Avellino), condannato alla pena di morte dalla Corte Criminale di Principato Ultra.
Il motivo della condanna è esposto in modo chiaro e dettagliato nello “stato della questione”, come si usava chiamare “il fatto”.
Il ritorno al paese.
“Don Saverio Pugliese di Guardia Lombardi, dopo aver con molta fama di probità esercitata in Napoli la professione legale, nel settantesimo anno dell’età sua pensò di vivere lungi da cure i suoi ultimi giorni; e andò a ricercar nella patria un tranquillo ritiro.
Verde era la sua vecchiezza e viveva senza domestici. Solito a destarsi al far del giorno, egli stesso andava ad aprir la porta della sua abitazione; e poi riponendosi a letto, vi si tratteneva per qualche altr’ora, ricevendo qualunque persona che bisognosa de’ suoi consigli o de’ suoi soccorsi andava a trovarlo”.
Emigrati e fuorusciti.
Don Saverio è il prototipo dell’emigrato che alla fine della sua carriera professionale ritorna al paese di origine; ma il paese è anche punto di riferimento per coloro i quali se ne sono allontanati non per cercar altrove lavoro, ma perché attratti dalla vita malavitosa; e questi quando non sanno che fare ritornano nei luoghi familiari.
“ Da più giorni era tornato in quel comune Francesco Giallanella, uomo tristo e miserabile ch’esecrato nella patria ne dimorava da più anni lontano. Costui si aggirava sovente intorno alla casa di Pugliese; e s’intratteneva particolarmente colle persone che ne riportavan soccorso, domandando all’una qual somma ne avesse ricevuta; all’altra da qual fodero si solesse trarre il denaro; ed a tutte qual contante potesse avere colui”.
Quella fatale mattina.
“Nella mattina de’ 15 Giugno 1816 dopo che si aprì all’ora solita la casa, una fanciulla recò il latte a Pugliese e nell’uscire lasciò secondo il costume socchiusa la porta. Questa si trovò in seguito serrata dalla parte interiore.
Alcuni poveri che dopo aver bussato invano, attendevano sulla strada, udirono nell’interno della casa qualche strepito e qualche lamento.
Passando una donna si sentì addosso dell’acqua gettata dal balcone: l’acqua era tinta di sangue.
Più tardi fu veduto Giallanella uscire dalla porta esterna di un magazzino inferiore, che aveva comunicazione colla camera ov’era il letto del vecchio. Le sacche del suo capano (francesismo sta per mantello) erano gonfie straordinariamente: aveva alla cinta una grossa subbia: frettoloso ed incerto era il suo passo.
Entrò nella casa di una donna mendicando pretesti e parlando di Pugliese senza richiesta e occasione alcuna apparente. Quivi accostandosi ad un letto lo macchiò di sangue.
Si diresse in seguito per la campagna; né fu più veduto, che dopo molti mesi in compagnia di alcuni malfattori”.
Un delitto a colpi di subbia.
Dopo aver in qualche modo anticipato i fatti successivi al 15 giugno, si ritorna, nella relazione, al momento della macabra scoperta, il ritrovamento del corpo senza vita di Don Saverio.
“Intanto si accostava il mezzogiorno né la casa di Pugliese si apriva. Allora i nipoti col mezzo di una scala vi penetrarono per la finestra e trovarono l’infelice nuotante nel sangue che versava ancora da ventisette ferite. Molte di queste erano a colpi di subbia.
L’orrore del fatto richiamò tutta l’attenzione dell’ingenere dell’omicidio e fè trascurare qualche regolarità sull’ingenere del furto. Uno dei nipoti attestò poscia che il zio doveva avere più centinaja di ducati”. La Corte Criminale di Principato Ultra trasse da questi fatti i caratteri di omicidio accompagnato e seguito da furto: ne convinse Giallanella, e lo condannò a morte”.
La parola alla difesa.
Con il ricorso presentato alla Corte Suprema di Giustizia i legali de Giallanella sostengono e richiedono l’annullamento della sentenza di primo grado per una serie di motivazioni: “1. Il furto manca d’ingenere, manca di prova: gl’indizi della reità di Giallanella sono leggerissimi. Violazione dunque dell’art. 206 del Regolamento. 2. Se il furto non esiste legalmente, non vi è misfatto o delitto che segua l’omicidio. Si aggiunge che sebbene il furto esistesse, tra questo e l’omicidio non vi è nesso perché costituisca il caso dell’ art. 304. Poteva essere entrato Giallanella per chieder l’elemosina: poteva da ciò esser nata una rissa, e da questa l’omicidio. Si rubò forse dopo essersi ucciso; ma non è chiaro che si uccise per rubare. Violazione dunque del mentovato art. 304”.
La difesa in buona sostanza cerca di evidenziare che l’omicidio, ammesso che fosse stato commesso dall’imputato, non era avvenuto a scopo di rapina.
La sentenza.
“Udito il rapporto del Cavalier Canofari consigliere commissario, inteso il Signor Don Francesco de Marco avvocato officioso del ricorrente, sulle conclusioni dell’Avvocato Generale Cavalier Nicolini” la Corte Suprema di Giustizia decide: “Sul primo mezzo (sul primo motivo addotto dalla difesa a discarico dell’imputato). Non è che oggetto di convinzione morale: ne è estraneo l’esame alla Corte suprema”.
“Sul secondo. La questione ad elevarsi è la seguente: La decisione offre i fatti elementari costitutivi del furto? Subito che le diverse parti del fatto non si osservino distaccate, ma si avvicinino tra di loro e si combinino insieme, chiari si ravvisano i dettagli elementari del furto. E’ perciò che questo mezzo non esiste. All’incontro, posta già la esistenza del furto, non ammette disputa il nesso tra questo e l’omicidio. Non si uccise che per agevolare il furto, ed assicurarne insieme la impunità”.
Il ricorso viene respinto e di conseguenza confermata la pena inflitta all’imputato in primo grado. Quale sorte sia toccata al Giallanella non è dato sapere. Ma se dovesse essere proprio lui quel Francesco Giallanella, brigante della banda Schiavone, che bruciò la masseria di un liberale di Guardia nel 1862, vuol dire che la fece in qualche modo franca, e salvò la vita. Non fu così per Saverio Pugliese, che voleva godersi da scapolo in “patria” gli ultimi anni della sua vita, grazie ai risparmi guadagnati con la professione di avvocato, e invece vi trovò la morte.
16:18 Scritto da: manphry in storia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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