02/11/2011
Poesia e passione
In questi ultimi tempi accade sempre più spesso che l'amico Fausto Baldassarre, instancabile lettore di libri e giornali, mi porti da leggere articoli, che lui sa mi possono interessare. Soprattutto se hanno come argomento personaggi ed eventi dei nostri paesi. E così poco più di un mese fa, mi consegnò, per una attenta lettura, la pagina de L'Osservatore Romano in cui Enrico Reggiani commentava il libro "Eminenti Vittoriani" scritto nel 1918 da Lytton Strachey (1880-1932) e riproposto recentemente a cura di Beppe Benvenuto dalla casa editrice Mursia. Il libro, con le biografie di quattro famose personalità inglesi dell'età appunto Vittoriana, fu antesignano di un genere letterario tra sociologia, storia e narrativa, che ebbe fortuna tantissima in Inghilterra e fuori.
Nella sua recensione Enrico Reggiani fa riferimento al poeta italo americano John Ciardi, che ha origini nella provincia di Avellino; la madre, infatti, era nativa di Manocalzati, paese dell'Irpinia. E indicando i grandi autori che hanno scritto di Litton Strachey, annota: "Di lui, raffinato saggista e critico letterario con giovanile propensione per la poesia T. S. Eliot (1888-1965) scrisse nel 1921...Dopo Eliot, più di recente, il poeta americano John Ciardi (1916-1986), instancabile promotore di una poesia accessibile a tutti, lo ha invece rappresentato in un suo testo poetico come ''un anziano signore con la voce intatta / di un fanciullo soprano che risponde trillando con l'unica parola Passion! alla domanda di un giornalista che gli chiede quale sia la cosa più importante nell'arte".
La poesia di Ciardi, a cui fa riferimento nel suo articolo Enrico Reggiani, è tratta dal libro THE COLLECTED POEMS nell'edizione a cura di Edward M. Cifelli, NJ 1997. La poesia, intitolata On passion As a Literary Tradition, inizia proprio con questi versi, che il giornalista traduce dall'inglese:
Asked by a reporter out of questions
to name the one thing most important to art,
Lytton Strachey, an old man with the voice
of an uncracked boy soprano, trebled, "Passion!"
In questa poesia dedicata proprio alla passione dell'arte, Ciardi fa riferimento alle esperienze poetiche di Alfred Edward Housman (1859-1936), poeta inglese autore di saggi su autori della letteratura latina e greca; Nikos Kazantzakis (1883-1957) autore greco di opere narrative che sono state portate anche sullo schermo, come Zorba il Greco nel 1964 e L'ultima tentazione di Cristo nel 1988, ma l'opera sua più importante rimane il poema Odissea in 24 canti per un totale di 33.333 versi, pubblicata nel 1938. Un altro riferimento significativo in questa poesia di Ciardi è ad Odisseo con il suo foghorn (vocione).
La tradizione letteraria dell'occidente ha riferimenti sicuri negli autori classici latini e greci; i due poeti citati in questa poesia hanno rivissuto l'antico con la sensibilità dell'uomo del nostro tempo, come fece Ciardi quando pose mano alla traduzione della Divina Commedia in lingua inglese.
Per quanto riguarda l'annotazione di Enrico Reggiani a proposito di Ciardi come promotore di una poesia accessibile a tutti, si può rileggere quello che più di un secolo fa scrisse Benedetto Croce riferendosi alla fortuna di Giusué Carducci nella rivista "La Critica" (1,1903): "E c'è poi la poesia accessibile a tutti?". Presupporre un lettore che non abbia una cultura storica e letteraria, non credo sia un modo per rendere accessibile la poesia. Se accessibile vuol dire "chiaro", allora è tutta un'altra cosa.
Virgilio Iandiorio
15:17 Scritto da: manphry in mitografia, Personaggi | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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07/11/2010
Il freddo e la leggenda
Due versi posti dal poeta Patrice De La Tour Du Pin come introduzione al suo libro La quête de joie, (che potremmo tradurre "la ricerca di gioia")
« Tous les pays qui n’ont plus de légende / Seront condamnés à mourir de froid….
sono quasi profetici per il nostro tempo. E oggi noi possiamo comprendere ancora meglio cosa significhi "morire di freddo" nelle nostre città, nei nostri paesi, dove sembra difficile ritrovare il senso stesso della vita.
Discendente per parte di padre da una nobile famiglia del Delfinato e, per parte di madre, dai Condorcet, Patrice De La Tour Du Pin nacque a Parigi il 16 marzo 1911. A diciannove anni divenne molto conosciuto con la pubblicazione del volume di poesie " La Quȇte de Joie", sul periodico La Nouvelle Revue Française, poi nelle Editions de la Tortue nel 1933. Successivamente apparvero L'Enfer (1935) e Lucernaire (1936), Le Don de la Passion nel 1937 nei Caiers des poèts catholiques, Les Psaumes nel 1938 , La Vie recluse en poésie nel 1938 , Les Anges en 1939. Tutte le poesie saranno raccolte nella Summe de Poesie, ma il testo definitivo venne pubblicato post mortem nel 1981-83.
Con il Concilio Vaticano II e l'introduzione delle lingue nazionali per la Messa, egli ha avuto un ruolo importante nella redazione della Bibbia per la liturgia cattolica di lingua francese; in particolare partecipò, a partire dal 1964, alla redazione dei Salmi nella Commission Liturgique de Traduction. Morì a Parigi il 28 ottobre 1975.
Quei versi posti come incipit della sua raccolta di poesie sono sconvolgenti, essi hanno il senso e l'andamento di un salmo biblico. Tutto si racchiude in quei due sostantivi "leggenda" e "freddo". Mi ricordano quel passo di Plutarco in cui si dice che c'è una città fantastica dove gli abitanti pronunciano parole che si congelano per il freddo e si scongelano con il caldo; accade perciò che le parole dette dalla gente d’inverno vengono ascoltate solo con l’arrivo della stagione calda. Nel poeta francese, però, non è data questa possibilità di "scongelamento", perché il "freddo" di cui parla è connesso con la morte.
I paesi che non hanno più leggenda sono condannati a morire di freddo. In origine la "legenda", dal latino legenda, cioè da leggersi, si riferiva alla vita di un santo, martire o confessore, di cui doveva farsi la lettura nel giorno della festa. Col tempo e con l'introduzione di elementi fantastici, frutto dell'immaginosa devozione popolare, la leggenda "ha finito per applicarsi a qualunque racconto che prescinde dalla storia o la deforma, ma che si riferisce a personaggi che sono realmente vissuti, o a figure immaginarie, collegate però con dati luoghi e operanti in un dato tempo" (Enciclopedia Italiana, sub voce). Per quanto fantastiche possano essere le storie narrate, la leggenda suppone sempre: un legame qualsiasi o storico o topografico con la realtà, uno scopo di carattere religioso o civile valido a esaltare la vita sociale del gruppo, un'amplificazione ideale di un fatto, che viene elevato a simbolo della storia, degli ideali sociali e morali del popolo che lo crea. E sotto questo aspetto la leggenda simboleggia ciò che vi è di essenziale nel pensiero e nelle aspirazioni dell'anima popolare. La leggenda lavora, anche in maniera inconsapevole, sul dato storico o sociale per innalzarlo a valore rappresentativo del gruppo in cui prende forma.
Non avere "lègende" è come non avere più una identità, non avere un'anima, non avere aspirazioni. La poesia che segue i due versi indicati è un canto sulla desolazione che regna sulla terra nel momento in cui si è lasciato tutto: E' il paese degli angeli selvaggi, /che non avrebbero potuto nutrirsi d'amore; /come tutte le bestie di transumanza /un segreto le spingeva sempre; /talvolta restavano nel seno degli eletti, /abbandonando la mitezza della terra, /ma sentivano battere nelle loro arterie /il rimpianto dei cieli, che non avrebbero più visto.
Parole, e versi, di un "credente" del ventesimo secolo, la cui fede non è una semplice certezza, ma una ricerca attraverso gli ostacoli, attraverso l'avventura di una parola sempre precaria: una poesia che per una volta è volutamente messa accanto alla gioia, che è uno dei nomi di Dio, in una "ricerca di gioia" dove, di fronte alla sfida delle grandi tragedie del secolo scorso, un poeta ha cercato di recuperare il senso della speranza.
08:26 Scritto da: manphry in Personaggi | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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13/05/2008
Una suora americana
“Incontrai Prezzolini per la prima volta quando ancora ero studentessa del liceo, durante una recita scolastica nel teatrino della Casa Italiana alla Columbia University. Non riuscivo a pronunciare la “erre” ma, nonostante ciò, la mia insegnante aveva insistito perché recitassi in pubblico La violetta di Gabriele Chiabrera. Ero emozionatissima. Non so come riuscii a superare la prova e non so nemmeno che cosa disse Prezzolini della mia dizione. Quando arrivò il fotografo, mi trovai accanto a lui. E adesso, sul ritaglio del giornale Il progresso che conservo ancora, vedo la mia testa che sembra riposare sulla spalla destra di Prezzolini, con la confidenza che si può avere con un maestro, un saggio consigliere, una guida sicura, un amico fedele”.
Così racconta il suo primo incontro con Giuseppe Prezzolini suor Margherita Marchione, che confessa: “Quell’incontro mutò il corso della mia vita. Non rinunciai certo alla mia vocazione, né Prezzolini mi consigliò mai di farlo. Ma tutto quello che ho realizzato nel campo degli studi lo debbo al suo insegnamento, al suo stimolo, al suo aiuto”.
Questa suora americana, o meglio italo americana, è nata negli Stati Uniti il 19 febbraio 1922 da genitori italiani emigrati. “I miei genitori –scrive suor Margherita nel suo libro La mia vita, incontri con i papi e i letterati del ‘900, edizione italiana 2003 (il titolo originale del volume edito tre anni prima negli Stati Uniti è The Fighting Nun: My Story)- provenivano dalla provincia di Salerno e si erano sposati nel 1900. Mio padre Crescenzo, figlio di Luigi e Rosa Marchione, era nato a Pontecagnano il 6 settembre 1879, mia madre, figlia di Michele e Alfonsina Schettino, era venuta alla luce il 22 luglio 1882 nei pressi di Montecorvino Pugliana. A quell’epoca, in Italia le campagne erano di proprietà dei grandi latifondisti. I coloni avevano vita grama, e nessun giovane appena sposato aveva la prospettiva di mantenere una famiglia e vivere con un minimo di agiatezza. Così, quando i cugini di Filadelfia lo invitarono a raggiungerli negli Stati Uniti, mio padre decise di lasciare la casa”.
La numerosa famiglia Marchione, otto figli di cui uno solo maschio, crebbe in un periodo non sempre felice per la storia americana; ma grazie all’attività in campagna il padre Crescenzo insieme con la moglie riusciva a provvedere sempre bene al sostentamento dei suoi cari. E di questo suor Margherita è riconoscente, e ancora di più perché “In un periodo in cui le ragazze cominciavano a lavorare nelle fabbriche, i miei genitori avevano invece deciso di dare ai figli le opportunità che loro non avevano avuto in Italia. Quindi, invece di farli lavorare e averne i conseguenti benefici economici, li mandarono a scuola”.
Che Margherita, o Mergie come la chiamavano affettuosamente, fosse una ragazzina che mescolava in sé l’intraprendenza americana e la caparbietà meridionale lo dimostra questo episodio, raccontato proprio nell’incipit del suo libro: “Festa del Lavoro. La notizia colpì come una bomba quando, durante un pranzo del 2 settembre 1935, annunciai alla famiglia che era mia intenzione farmi suora. Tutti smisero di mangiare e sgranarono gli occhi guardando la bambina tredicenne che aveva appena detto: Oggi partirò per il convento. Voglio salutarvi ora, perché devo prepararmi per la partenza. Il parroco mi accompagnerà con l’automobile alla Casa madre delle Maestre Pie Filippini a Morristown, nel New Jersey. I miei genitori, le mie sorelle, mio fratello e gli ospiti rimasero colpiti: non avevo confidato a nessuno questo mio desiderio. La mia storia comincia con questa scena”.
E divenne suora. Una suora che Prezzolini definì “un insieme di cattolicesimo e di indipendenza americana”. Nella presentazione del volume, Ralph Cestone indica sommariamente le cose scritte da suor Margherita e i titoli di cui è stata insignita: “Autrice di oltre quaranta libri e di centinaia di articoli su giornali e riviste è stata onorata del Premio Michael della New Jersey Literary Holl of Fame. Ma questo non è che uno della lunga serie di premi e di riconoscimenti che ha ottenuto in America e in Europa. Ph D. (Doctor of Philosophy) alla Columbia University è stata anche insignita del Dottorato Honoris causa of Humane Letters dal Ramapo College del New Jersey. Vincitrice del Columbia University Garibaldi Scholar Award 1957; Fulbright Scholar 1964; AMITA Award 1971; UNICO National Rizzato Award 1977; Premio della National Italian American Foundation 1984, per le sue realizzazioni nelle ricerche storiche e letterarie; Medaglia d’Onore Gorge Washington 1985; Philip Mazzei-Thomas Jefferson International Award, Firenze, 1992. Nel 1974 il Cancelliere della Fairleigh Dickinson University chiese a suor Margherita di compiere ricerche storiche su Filippo Mazzei (1730-1816): un patriota italo-americano che fornì grandi contributi all’indipendenza e alla costituzione degli Stati Uniti e che fino ad allora era poco conosciuto. Ella, con un lavoro durato dieci anni, scoprì tremila documenti su questo formidabile personaggio e praticamente ha cambiato la storiografia americana riguardante le vicende che segnarono la nascita degli Stati Uniti. Per questo suo lavoro suggellato da una serie di volumi è stata inclusa con il numero 144 nella Women’s History Series dalla National Organization of Women”.
L’amicizia con Giuseppe Prezzolini ebbe inizio alla Casa italiana, diretta dallo scrittore dal 1930 al 1940, che era una vera e propria fucina di attività di studio e di formazione. “Con la mia iscrizione alla Columbia University –racconta suor Margherita- ebbero inizio una lunga amicizia e un affettuoso rapporto letterario con Giuseppe Prezzolini, il quale per circa cinquant’anni ha esercitato una grande influenza su di me e sui miei studi. Sono stata da lui sollecitata e incoraggiata in ogni modo e mi fa piacere raccontare la storia di questa nostra amicizia, che è durata dal 1945 al giorno in cui egli è morto, all’età di cento anni, nel 1982”.
Nel 1945 suor Margherita si iscrive alla Columbia University per conseguire la laurea in lingua e letteratura italiana. E sottolinea: “Io mostravo una certa predisposizione e grande interesse per la lingua e la cultura delle mie radici”.
I ricordi di quegli anni universitari ruotano intorno alla figura di Prezzolini: “Avevo ventitrè anni: troppo pochi per una suora che si trovava in un ambiente non cattolico, come era quello di questa università. Con me c’era una cara amica, suor Maria Paglia. Per seguire il corso sul Machiavelli, bisognava chiedere il permesso all’insegnante; fissammo quindi l’appuntamento con il professor Giuseppe Prezzolini, il più famoso professore d’italiano nel dipartimento. Quando ci presentammo, egli ci accolse cordialmente e poi disse senza mezzi termini: Io tengo un corso monografico sul Machiavelli. Il succo del pensiero del Machiavelli è che la politica –sulla cui base si fonda la civiltà occidentale- è un’attività non compatibile con la morale cristiana. Un corso su Niccilò Machiavelli e il machiavellismo non mi pare corrisponda ai vostri interessi preminenti. Voi, suore, dovreste iscrivervi a un altro corso. La nostra risposta fu definitiva: le nostre madri superiori ci hanno detto di seguire questo corso!. E così facemmo”.
In un passaggio del suo racconto, suor Margherita ci dà questo ritratto di Prezzolini: “ L’immagine che più rimane scolpita nella mia memoria è quella di un Prezzolini dagli occhi azzurri, straordinariamente vivi, dai movimenti agili, ostinatamente indipendente. Guai se si cercava di aiutarlo! Sempre fermo e deciso, si presentava con un aspetto elegante e signorile, e sosteneva le sue posizioni con spontaneità e arguzia. Accanto a lui, la moglie Jakie, graziosa e gentile, era parte essenziale di questo quadro che essa abbelliva con la sua presenza femminile”. E continua, in un altro punto del libro: “Trovarsi con Prezzolino significa intrattenersi a discutere di tutto: dalla politica alla letteratura, alla musica, alla storia, alla religione. A sentirlo parlare si rimaneva affascinati dalla sua bella voce, dai magnifici occhi, dai ragionamenti chiari, dall’affabilità spontanea. Era sempre lui a proporre e disporre, ma con gentilezza: si discuteva, si decideva, si faceva il programma, si divideva il lavoro e si procedeva ben ordinati a ore fisse a lavorare, a passeggiare, perfino a far le compere. In lui si sentiva l’uomo libero autosufficiente, che mirava al semplice, all’essenziale, che rifiutava ogni illusione.
Per portare a conclusione le mie ricerche su Filippo Mazzei, avevo chiesto un anno sabbatico –un anno in cui ero libera dall’insegnamento universitario. Durante la mia visita a Lugano, nel giugno 1981, mi resi conto che Prezzolini non avrebbe gradito le celebrazioni che si stavano preparando per il suo centesimo anniversario. La salute di sua moglie era peggiorata e lui desiderava la morte. Pensai che forse avrei potuto essere di conforto e di aiuto, e programmai di passare almeno tre mesi con loro, cioè dalla fine di ottobre alla fine di gennaio.
Prezzolini, contento della mia proposta, mi rispose con un sorriso: Se dicessi di no, tu verresti lo stesso! Mi conosceva bene. Spesso diceva che io andavo sempre diritta allo scopo, e nonostante le difficoltà riuscivo a fare ciò che avevo programmato”.
Una suora e un laico convinto, cose che sembrano inconciliabili. “negli ultimi mesi della sua vita –scrive suor Margherita- Prezzolini desiderava la morte e cercava qualcuno che lo aiutasse. Grato del ricordo di lui ne Il Resto del Carlino, si rivolse a don Fuschini: Carissimo e purtroppo lontano amico, chi sa se non riusciresti a darmi la fede che mi manca, se fossi vicino!…Grazie del tuo ricordo per avermi associato a quello della mia ex allieva Margherita Marchione. Ti siamo amici e leggiamo i tuoi scritti con interessamento”.
“La ricerca di Dio –annota suor Margherita- aveva sempre sollecitato in Prezzolini un vivo interesse intellettuale e spirituale. Spesso diceva che il cattolicesimo era il simbolo di una speranza per l’umanità; e quando, il 21 agosto 1974, Paolo VI parlò di lui dal balcone di piazza San Pietro egli non esitò a dire: Se Dio vorrà, mi convertirò anche io come Papini”.
Suor Margherita, orgogliosa delle sue origine che non la fanno per niente sentire meno americana, conclude il suo libro con una riflessione molto bella sulla sua esperienza di religiosa, di insegnante e di studiosa, che per noi può valere quale indirizzo di vita e di comportamento: “L’insegnamento è stato un’esperienza preziosa nella mia vita. Incoraggiavo gli studenti a imparare che, agli occhi di Dio, nulla importa eccetto lo sforzo onesto e le motivazioni generose. Con la grazia divina, il successo è possibile per tutti. Durante tutta la mia vita, in mezzo ai lavori, alle tribolazioni, alle gioie o alle tentazioni, ho sempre provato gioia ed entusiasmo. Ho invitato tutti indiscriminatamente a far parte della mia vita e, noncurante di quello che pensavano gli altri, sono stata capace di godere della compagnia di uomini e donne, di giovani e anziani, di ricchi e poveri, di letterati e ignoranti, di virtuosi e peccatori, dell’alta società e della povera gente. Io credo veramente che l’amor di Dio si trasformi nell’amore del prossimo e che questo amore si manifesti con le nostre azioni”.
17:54 Scritto da: manphry in Personaggi | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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