28/01/2010

Perché studiare il latino

Perché studiare il latino, o se volete il mondo classico nelle sue  componenti ellenico-romane?  Una   domanda fondamentale che, in tempi di riforma della scuola,  dovrebbero porsi in modo particolare i cultori e gli insegnanti di materie classiche. Una domanda antica, a cui hanno cercato di dare una risposta, positiva o negativa che fosse, gli stessi scrittori latini, naturalmente con riferimento al loro contesto scolastico. Prendete, per esempio, Petronio nel Satyricon:

“A parer mio, -così fa parlare un suo personaggio-  nelle scuole i ragazzi rimbecilliscono perché non vedono e non sentono niente di quello che abbiamo sotto mano, ma solo pirati che tendono agguati sulle spiagge con tanto di catene, tiranni che emettono editti con l'ordine ai figli di tagliare la testa ai propri padri, responsi di oracoli che impongono di immolare tre o più verginelle per placare un'epidemia, o ancora bolle di parole in salsa di miele e tutti quei fatti e detti che sono come conditi col sesamo e il papavero”. E  più avanti nel racconto, un padre dice del figlioletto che invece di studiare si trastulla col dare la caccia agli uccellini: 

“Ad ogni modo ha dato un calcio al greco e si è dato al latino che è un piacere, anche se l'insegnante che ha è uno pieno di boria e non sta fermo un attimo: arriva, si fa dare da scrivere, ma voglia di lavorare, figurati. Ce n' è poi un altro che non sarà un pozzo di scienza ma ce la mette tutta e insegna più di quello che sa”.

Jacques Gaillard  e Anne Debarède, hanno pubblicato a Parigi nel 2000 un libro  dal titolo simpatico Urbi, orbi, etc... Le latin est partout, in cui sostengono la tesi che il latino è intorno a noi dappertutto. Un cavallo di Troia che noi coltiviamo dentro di noi, e che ci veicola a nostra insaputa non i soldati greci all’assalto, ma tante parole latine nel nostro parlare quotidiano e in tutti gli ambienti in cui viviamo. Gli autori latini non hanno scritto le loro opere per fornire dei testi di versione agli studenti liceali, con la volontà sadica di metterli in difficoltà con la consecutio temporum o con l’oratio obliqua.

Qualche esempio del nostro modo di esprimerci: diciamo super, extra, e vice versa ! L’opium dei media; dal pro rata parte ai qui pro qus che suscita fraintendimenti; si tratta di un processus che implica qualche alea  e c’è spesso un  post-scriptum : nove parole latine  in poche righe, et tutte possiamo ritrovare nel dizionario di italiano o di francese. Possiamo aggiungere ancora delle abbreviazioni latine molto comuni: ut  supra (come sopra), cf. (confer,  riportati a ), N.B. (nota bene), etc. (et cœtera), i.e. (id est,  vale a dire), ibid. (ibidem, nello stesso luogo citato).

In Francia l’insegnamento del latino nelle scuole secondarie può essere sia opzionale sia obbligatorio in alcuni curricoli. Dove l’insegnamento è opzionale  riguarda  una minima parte degli studenti dall’1 al 2% come in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, dal 5 all’8 % a seconda del Länder in Germania. Nei licei italiani si tocca la percentuale più alta di studenti 41%. Il latino è obbligatorio anche in alcuni curricoli dell’Austria, Danimarca e Paesi Bassi.

Negli Stati Uniti, nel secolo scorso,  l’insegnamento del latino è diventato  poco alla volta marginale. In Italia con la riforma della scuola media del 1962, il latino ha perduto la sua funzione centrale negli studi.

In  Italia il dibattito sul problema dell’insegnamento del latino è ricorrente : nel 1996, la  rivista  MicroMega ospitò un dibattito sulla questione.  Due gli articoli più interessanti : Apologia pro   langue latina di Giancarlo Rossi, direttore della rivista Latinitas, e Come (non) s’ insegna  il latino di Luigi Miraglia, docente di latino in un liceo di Napoli e ideatore di Vivarium Novum, un centro di studi e cultura classica dove si usa la lingua latina nella comunicazione.

L’insegnamento del latino –sostiene nel suo articolo il prof. Luigi Miraglia- è compromesso dal modo come esso viene proposto ai giovani: la declinazione prima della comprensione del testo. Questo spiegherebbe perché gli studenti universitari, in minor tempo, diventino più esperti di latino degli studenti del liceo che studiano questa lingua per cinque anni. Perciò il prof. Miraglia propone una inversione di rotta : comprendere, prima di cercare di tradurre.

E io penso agli studenti che si tuffano nel vocabolario senza aver letto il testo, che a loro viene dato da tradurre in classe. Quasi che la traduzione fosse la pesca in mare aperto: basta calare le reti e le parole vengono catturate come i pesci.

                                                              

22:21 Scritto da: manphry in Lingua latina | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

12/07/2007

Poetesse latine

Provate a chiedere ad uno studente liceale che si appresti a sostenere gli esami di Stato (  tempo fa si diceva di maturità) il nome di una poetessa latina. Resterà quantomeno interdetto non sapendo se dire un nome, a caso, o confessare  candidamente di  non conoscere l’argomento. Questa volta non ci sarà nessuna colpa da addebitare a questo o a quello (voglio dire allo studente o al professore) perché nella letteratura latina non abbiamo poetesse.  I poeti latini hanno scritto versi in onore delle donne,  tanto da assicurare ai loro nomi una fama imperitura; ma nessuna donna ha avuto il piacere di vedere la propria  voce  raccolta, si fa per dire, e pubblicata. Le gioie, i dolori, gli amori delle donne ce li hanno raccontati gli uomini.

Eppure sembra impossibile che in un universo così vario e variegato come il mondo latino non abbiano avuto voce poetica le donne. Forse siamo stati noi, cioè quelli venuti dopo, che non abbiamo correttamente letto nelle opere degli autori classici.

E’ il caso di Sulpicia, poetessa romana contemporanea del poeta Tibullo. Le poesie, che vanno sotto il nome di Tibullo, sono giunte a noi in una collezione di tre libri (Corpus Tibullianum), che, per scelta di alcuni editori del Rinascimento, sono diventati quattro con la suddivisione del terzo in due parti distinte.

Il Liber quartus presenta  ingarbugliate questioni di attribuzione. Inizia con il Panegyricus Messallae, un  elogio di M. Valerio Messalla Corvino in occasione del suo consolato, e, quindi, databile al 31 a.C., attribuibile a Tibullo. Seguono le cinque elegie per Sulpicia e le sei brevi elegie di Sulpicia. E’ questo un ciclo di carmi sugli amori di Sulpicia,  che si distingue in due gruppi. Nel primo troviamo cinque brevi elegie che celebrano gli amori di Sulpicia e di Cerinto. Nel secondo sono raccolti sei componimenti della poetessa Sulpicia che confessa, con sincerità e senza finta modestia, una passione ardente per Cerinto, il suo amante.

La possibilità che Sulpicia fosse la vera autrice delle poesie, e quindi  una donna in carne ed ossa, era stata scartata o almeno mai presa seriamente in considerazione da tempo immemorabile.

Come  si poteva accettare che una donna potesse  trattare argomenti amorosi in modo così apertamente appassionato?  E  così per secoli di Sulpicia poetessa nemmeno a parlarne. Fino a quando Otto F. Gruppe, filologo e poeta, nato a Danzica nel 1804 e morto a Berlino nel 1876, non pubblicò i due volumi di Die romische Elegie, dove ritrovò l’espressione del “latino femminile”. Ed Ettore Bignone sostiene che “raramente la poesia romana ha avuto accenti così spontanei e appassionati come in questi versi” di Sulpicia.

Pochi anni fa in Inghilterra andarono tutti pazzi per Sulpicia, grazie al poeta inglese John Heath-Stubbs (1918-2006) che aveva  tradotto e pubblicato nel 2000 Poems of Sulpicia (Hearing Eye–London) affermandone ancora una volta l’autenticità e l’attribuzione a questa donna romana di duemila  anni fa, che scriveva poesie alla maniera dei poeti alessandrini: una quarantina di versi, nei quali la poesia latina dà prova di spontaneità e passione.

Per questo motivo gli studiosi hanno avanzato delle ipotesi verisimili. Doveva essere la figlia di Servio Sulpicio Rufo (ca. 81-43 a.C.) e nipote di  Messalla Corvino. E’ probabile che Sulpicia appartenesse proprio al circolo letterario di M. Valerio Messalla Corvino, di cui faceva parte lo stesso Tibullo; circolo letterario che alle vicende politiche e alle armi preferiva la musa mondana ma anche quella campestre. Chi fosse Cerinto non si sa.

Le poetesse latine non finiscono qui. Senza scomodare un’altra Sulpicia vissuta nell’età di Domiziano e della quale ci rimangono solo due versi, si deve alla felice intuizione di Eva Cantarella la scoperta di un' altra poetessa, questa però anonima. Perché il testo è una iscrizione parietale, e fa parte  di quella che è stata definita la “letteratura di strada”, cioè quelle parole tracciate un poco ovunque dagli antichi romani sui muri delle case lungo le strade delle città

A Pompei fu trovata una iscrizione contenente dei versi (CIL, IV 5296) che l’ illustre studiosa attribuisce al “punteruolo” o al più semplice “chiodo” di una donna.

02:51 Scritto da: manphry in Lingua latina | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

30/05/2007

Il latino oggi.

Si può dare una risposta plausibile ad una domanda che, per essere troppo spesso formulata, ha finito con il diventare incomprensibile o meglio, starei per dire, troppo banale? Perché la cultura classica, perché studiare il latino oggi?

Non vorrei sembrare irriverente, ma è un poco come chiedere ad un bambino perché gioca oppure quale vantaggio può derivare dalla sua azione ludica. Credo che ci guarderebbe stupito e non saprebbe darci una risposta. Perché non ci sono risposte.

Allora tutto l’affanno che si pone nel voler dimostrare l’utilità del latino ai giovani studenti, ma anche agli adulti, diventa una fatica inutile? Sì, è vero si indicheranno cento e una ragione intorno alla necessità di conoscere la civiltà classica e studiare il latino; ma tutte, alla fine, poco “comprensibili” perché troppo scontate. Anche le parole quando si logorano perdono il loro significato!

In questo clima di incertezza, come quello che stiamo vivendo, quando sembra smarrito  l’orientamento del nostro  quotidiano, il ritorno ai classici potrà indicarci la rotta? Siamo anche noi alla ricerca di Enea, come lo furono nei secoli passati tanti dei nostri antenati europei e non?

Un autore, Isidoro di Siviglia, vissuto in un clima di costante crisi politica nella Spagna dei Visigoti tra la fine del VI e gli inizi del VII secolo,  influenzò in larga misura la cultura medievale, con la sua opera  Etymologiae in venti libri, un’ enciclopedia di tutto lo scibile del tempo, che prende  spunto dalle etimologie  delle vari parole.

Perché questo riferimento ad Isidoro, che non è certo Cicerone?  Perché  lui vive la crisi della fine della latinità classica? Forse. Ma leggendo la sua opera ho trovato questa riflessione, parlando delle   lingue dei popoli, a proposito del latino (Libro IX, 6-7).

“Latinas autem linguas quattuor esse quidam dixerunt, id est Priscam, Latinam, Romanam, Mixtam. Prisca est, quam vetustissimi Italiae sub Iano et Saturno sunt usi, incondita, ut se habent carmina Saliorum. Latina, quam sub Latino et regibus Tusci et ceteri in Latio sunt locuti, ex qua fuerunt duodecim tabulae scriptae. Romana, quae post reges exactos a populo Romano coepta est, qua Naevius, Plautus, Ennius, Vergilius poetae, et ex oratoribus Gracchus et Cato et Cicero vel ceteri effuderunt. Mixta, quae post imperium latius promotum simul cum moribus et hominibus in Romanam civitatem inrupit, integritatem verbi per soloecismos et barbarismos corrumpens”.

Nella traduzione italiana di Angelo Valastro Canale (UTET, 2004) il testo di Isidoro dice così: “Alcuni hanno detto che esistono quattro differenti lingue latine: l’antica, la latina, la romana e la mista. L’antica fu usata dai primi abitanti d’Italia durante il regno di Giano e Saturno: era assai rozza, come dimostrano i carmi dei Salii. La latina fu parlata dai Tusci e dagli altri popoli del Lazio all’epoca di Latino e dei re: in questa lingua furono redatte le dodici tavole. La romana nacque dopo la cacciata dei re da parte del popolo romano: in essa si espressero i poeti Nevio, Plauto, Ennio e Virgilio, nonché, tra gli oratori, Gracco, Catone, Cicerone ed altri. La mista irruppe nella città di Roma dopo l’espansione dell’impero, insieme con nuovi costumi ed abitanti, corrompendo l’integrità delle parole attraverso solecismi e barbarismi”.

Come si può rilevare il vescovo di Siviglia indica delle tappe ben precise nell’evoluzione della lingua latina e tutte legate a particolari cambiamenti politici di Roma. Per cui viene da domandarsi: il latino che noi oggi vorremmo che fosse studiato a quale momento politico potrebbe essere riferito? O meglio dopo la lingua latina “mista” è possibile oggi ipotizzare (perché no! anche praticare) una lingua latina “europea”? Vale a dire, il latino legato alla costruzione dell’ Unione Europea?

                                                         

11:29 Scritto da: manphry in Lingua latina | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook