01/07/2007

Ioan Vieru: convinzioni perdute.

Quando pensiamo alla Romania, e alla sua letteratura e alla sua lingua, la  mente ripercorre in un baleno duemila anni di storia e ci richiama il poeta Ovidio, che in quella nazione trascorse gli ultimi anni della sua vita per decisione inappellabile di  Ottaviano Augusto.

Sebbene il poeta di Sulmona non fosse certamente entusiasta dell’ambiente in cui trascorse il suo esilio (si possono leggere i distici dell’elegia decima del terzo libro dei Tristia), i suoi versi che parlano della Dacia sono considerati da alcuni studiosi rumeni un trattato etnografico.  Il culto rumeno per Ovidio è vivo ancora oggi e si concretizza in attestati di riconoscenza; così, per esempio,  l’università di Costanza –l’antica Tomi- è intitolata al poeta latino.

Alla fine del XVIII secolo si tentò di portare su basi scientifiche nella lingua rumena l'idea della sua origine latina creando una corrente letteraria cosiddetta latinista.

Nella metà del secolo successivo si affermò  una corrente culturale che propugnava uno spirito critico nella valutazione letteraria e la lotta contro le aberrazioni della scuola latinista. Si discuteva  della lingua popolare e dei testi più antichi, oltre che sulle norme ortografiche e grammaticali da adottare per combattere l'etimologismo promosso dalla corrente latinista.

Con il XX secolo la letteratura rumena assunse definitivamente una dimensione europea. Le vicende politiche successive alla fine della seconda guerra mondiale determinarono la cultura e la letteratura di questo paese, che per mezzo secolo ha subito un regime totalitario.

La poesia orale occupa una posizione di grande rilievo nel panorama letterario rumeno. La letteratura folkloristica novecentesca trae ispirazione dalla tradizione orale delle colinde, dei canti vecchi. L'interpretazione e lo studio sulla letteratura orale romena, sincretica ma profondamente legata nei simboli e nei suoi miti all'arcaicità, hanno portato grandi studiosi, come Mircea Eliade (Bucarest, 1907 - Chicago,1986) a denotare la sopravvivenza di una cultura precristiana nell'immaginario popolare e a determinare punti comuni delle credenze europee e del vicino oriente.

La maniera ironico-parodistica di leggere un’ epoca dominata da un totalitarismo selvaggio, prende l ` andamento di un gioco discorsivo divertente, in cui il dialogismo intertestuale ha per effetto la sensibilizzazione attraverso il testo. Gli intellettuali degli anni Ottanta hanno dichiarato una rivoluzione spirituale prima di quella sociale. Essi si sono sottratti  all` utopia comunista della società perfetta, promossa dalle  pagine dei giornali e dalle immagini trasmesse dall’ unica  televisione nazionale, immagini in disaccordo totale con la realtà quotidiana.
 La libertà di pensiero e di espressione, divenuta possibile dopo il mese di dicembre 1989, ha significato così la riscoperta di un  altro linguaggio diverso da quello già conosciuto (la celebre lingua consolidata), di una efficacia già dimostrata nei  libri degli autori degli anni 80”.

Una piacevole quanto inattesa scoperta, venendo agli autori rumeni dei nostri giorni. Le poesie di Ioan Vieru,  nato nel 1962, una tra le voce poetiche più interessanti di questi ultimi anni, sono state pubblicate a cura di Angela Tarantino, che è nata ad Avellino e insegna lingua e letteratura rumena presso l’ Università di Firenze.

Il libro di Ioan Vieru, edito nel 2003 da Pagliai Polistamba di Firenze e curato dalla professoressa Tarantino, si intitola “Luce nella stanza dell’ospite” e accompagna la traduzione in italiano con il testo originale (il lettore può scoprire le affinità tra le due lingue!).

Un titolo quanto mai significativo: la luce che si propaga in mille onde suggestive che si slarga in tutte le sue possibilità evocative e senza intermediari, o meglio fino all’ospite che si associa ad essa e ne giustifica l’esistenza.

“Per motivi biografici –scrive la professoressa Tarantino  nell’introduzione del volume- Ioan Vieru ha vissuto l’esperienza di scrivere in un periodo di passaggio: il suo debutto si colloca immediatamente dopo la caduta del regime comunista, di conseguenza la sua opera non ha vissuto l’affronto della censura, è testimonianza di una espressione libera da costrizioni esterne. Nondimeno la sua poesia non si sottrae al confronto con il dato storico: in molti passaggi, si legge l’amarezza e la delusione per il tempo in cui si vive, lo sperdimento provocato dal mancato riconoscersi nella comune esperienza di un gruppo di compagni solidali”.

Scrive ancora Angela Tarantino: “Malgrado l’appello alla storia attuale, Vieru si allontana dalle norme estetiche prescritte dal canone poetico contemporaneo, fondato sul realismo espressivo, sull’immediatezza e sulla trasparenza linguistica. La sua poesia sembra appartenere ad un’altra epoca letteraria, sembra recuperare e riattualizzare l’esperienza della grande tradizione estetica del periodo interbellico.

La scrittura è ermetica, impenetrabile, difficile da svolgere in un’altra lingua: gli oggetti concreti che la compongono sono impastati in una sintassi a volte misteriosa, i nessi logici sono scardinati e ricomposti in un ordine assolutamente originale. Gli elementi lessicali usuali, pur appartenendo al mondo fisico, al vissuto quotidiano, familiare –la sabbia, la conchiglia, i bagagli, il viaggio, il sogno – sono intessuti in una trama di associazioni di cui talvolta è difficile trovare il filo. Di fatto, non è poesia di oggetti concreti, materiali, ma delle tracce, del ricordo che questi hanno lasciato”.

Uno studio attento e diretto all’interno della lettera del testo poetico ci darà chiaro quel rapporto umano che non si può restituire con gli elementi esteriori di una storia. Vita e parola si corrispondono, si compenetrano e non si riesce a distinguere una supremazia di valori.