17/01/2010
Lingua albanese
Gli interessi per la lingua albanese da parte delle comunità arbëreshë in Italia nel secolo XIX si arricchirono di contributi rilevanti per l’epoca. Nel clima culturale creato in Europa dal Romanticismo, fra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento, si hanno in area germanica nuovi indirizzi in materia di linguistica, o meglio di linguistica comparativa. Le prime lingue indoeuropee ad essere confrontate fra di loro, e a essere riconosciute come sottofamiglia della lingua madre, furono quelle germaniche.
In Sicilia il professore Giuseppe Crispi (1781-1859), vescovo di Lampsaco docente di lettere greche nella regia università di Palermo e zio di Francesco Crispi, pubblica nel 1831 una “Memoria sulla lingua albanese, di cui se ne dimostra l’indole primordiale e se ne rintraccia la rimota antichità sino ai Pelasgi ai Frigi ai Macedoni e agli Eoli primitivi, che la costituisce in gran parte madre della lingua greca”. L’assunto dell’autore, che è nato nella comunità arbëreshë di Palazzo Adriano, è chiaro già dal titolo: l’albanese è una lingua antichissima ed è la madre della lingua greca.
“D’una lingua io parlerò qui poco conosciuta dai letterati, perché non ha avuto molti scrittori; la quale ha bensì un alfabeto, ma, secondo il carattere della stessa, è ancora indeterminato, ed indeciso. Tuttavolta questa lingua è sufficientemente estesa nelle regioni orientali, dove più provincie ne fanno uso parlando. Essa è l’Albanese, che la denominazion prende dall’Albania, in che domina soprattutto, e si diffonde poi per l’Epiro (detta perciò anche epirotica) e per la Macedonia, oltre ad altri Paesi, per li quali è sparsa, come sono parte della Romelia [ regione della Bulgaria], del Regno di Servia, parte di Bulgheria, della Dalmazia; e finalmente si trova in molti paesi di Napoli, ed in quattro di Sicilia”.
I quattro paesi della Sicilia di origine albanese sono Palazzo Adriano, Mezzojuso, Contessa Entellina, Piana degli Albanesi, ma il nostro autore non li nomina; come non elenca i molti paesi del Regno di Napoli. Nella provincia irpina noi abbiamo Greci, unico comune arbëreshë della Campania, dove gli abitanti parlano ancora l’antico idioma albanese.
Giseppe Crispi mostra di attingere notizie da studiosi suoi contemporanei. Egli cita, infatti, Conrad Malte-Brun, geografo franco-danese nato in Danimarca nel 1755 e morto a Parigi nel 1826, autore tra l’altro di Géographie mathématique, physique et politique de toutes les parties du monde in 6 volumi, pubblicati tra il 1803 e il 1807. Ma ha anche avuto modo di consulatare i testi che trattano della lingua albanesese, custoditi “ nella biblioteca di questo Seminario greco-albanese” di Palermo. In particolare “si trova manuscritto un Dizionario Italiano-Albanese ed Albanese-Italiano con un sagggio di grammatica infine. All’ultimo vi sta scritto autore Catelano Monaco Basiliano di Mezzojuso, ed arcivescovo di Durazzo. Sonovi inserite alcune canzoni albanesi, ma con l’alfabeto greco. Presso il dottore sig. Andrea Chetta ritrovasi pur manuscritto un altro consimile Dizionario, composto dal sacerdote Niccolò Chetta, zio del signor Andrea. Ambedue sono scritti con alfabeto italiano moderno, secondo l’uso della Propaganda [Propaganda Fide congregazione fondata nel 1622], dove nel 1635 pur fu stampato un vocabolario titolato Dictionarium Latino-Epiroticum una cum nonnullis usitatioribus loquendi formulis. Per R. D. Franciscum Blanchum Epirotam Coll. De Propaganda Fide alumnum”. Il Crispi considera quest’ultimo dizionario inferiore agli altri due indicati.
Il Seminario palermitano svolse un’ importante funzione perché formò non solo i sacerdoti di rito greco-bizantino, ma un nutrito gruppo di intellettuali arbëreshë. Vi studiarono alcuni dei più illustri rappresentanti di queste comunità da Paolo Maria Parrino a Niccolò Chetta, Demetrio Camarda, Nicola Barbato, Giuseppe Schirò, allo stesso Giuseppe Crispi e a molti altri ancora.
Il Crispi intende dimostrare che l’Albanese è una lingua primordiale, simile alle lingue primogenite; di qui la sua analisi comparativa con l’ebraico.” In secondo luogo stimo pregio dell’opera far vedere, che i Dardani Frigi, ed i Pelasghi, popoli senza dubbio più antichi degli Elleni, ebbero un linguaggio, del quale si osservano le tracce nell’albanese”. E “alquante radicali le più recondite della lingua greca, che si trovano nell’albanese” sarebbero, secondo il Crispi, la prova che la lingua albanese è “linguaggio d’una immemorabile antichità”. Dobbiamo aspettare qualche decennio per avere con Demetrio Camarda (1821-1882) un primo studio sistematico della lingua albanese.
15:18 Scritto da: manphry in Letteratura italo-albanese | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | OKNOtizie |
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04/10/2007
Un poeta arbëreshë poco conosciuto.
Le comunità italo-albanesi mostrano un’antica coscienza della loro identità linguistica e culturale, che trova espressione nell’operosità di molti intellettuali fin dal XVI secolo.
Il Collegio Corsini di S. Benedetto Ullano (1732), poi trasferito al Collegio S.Adriano a S.Demetrio Corone (1794), e il seminario greco-albanese di Palermo (1734) ebbero un ruolo fondamentale nella formazione non solo del clero ma anche degli intellettuali italo-albanesi.
Raccogliendo le sollecitazioni della cultura europea del XVIII secolo, filtrate dall’ambiente napoletano, l’impegno culturale dei Collegi crea i presupposti per la militanza degli intellettuali arbëreshë all’interno del movimento risorgimentale italiano, come Pasquale Scura e Luigi Giura, ministri del governo di Garibaldi, Agesilao Milano, Attanasio Dramis, Francesco Crispi.
L’autore più rappresentativo di questa coscienza nazionale riscoperta e ritrovata è Girolamo De Rada, nato a Macchia Albanese, frazione di San Demetrio Corone nel 1814 ed ivi morto nel 1903. Nella nutrita schiera di intellettuali italo-albanesi, che nei secoli XIX e XX si sono impegnati per la conservazione dell’entità linguista e culturale della loro terra di origine nella, va annoverato un illustre poeta e scrittore nato a Greci in provincia di Avellino, Leonardo De Martino (o Leonardo de Martino).
Nel G. D. E. della UTET, 1966-1973, si legge questo suo profilo biografico: “ Poeta italo-albanese (Greci (AV) 1830 – convento di Sarno (SA) 1923). Di origine italiana, trascorse quarant’anni della sua vita (1865-1903) a Shkoder (Scutari) e nella Malcija. Padre francescano, fondò a Shkoder, con l’appoggio di Francesco Crispi che lo teneva in grande considerazione, la scuola delle suore stimmatine e quella delle francescane. Fu inoltre segretario di Prenk Pascià e maestro del figlio di quest’ultimo. Il nome di Leonardo de Martino è legato all’opera L’Arpa d’un Italo-Albanese (1881), raccolta di poesie composte parte in italiano, parte in albanese, di diretta ispirazione manzoniana. Il volume comprende inni sacri, parafrasi del Pater noster, del Salve regina, un commento del decalogo, poesie d’occasione e un dramma sacro, primo del genere scritto in albanese. Poeta di non grande estro ma abile costruttore di versi forbiti, fu maestro di Ndre Mjedia (1866- 1937) e di Gjergj Fishta (1871-1940)” ; il primo, un padre gesuita, fu poeta e scrittore modello di prosa della letteratura albanese, il secondo, francescano, poeta scrittore e uomo politico, autore, tra l’altro, del poema epico-lirico Lahuta e Macis (Il liuto della montagna) del 1937.
La fortuna letteraria non è stata favorevole a Leonardo de Martino, che pure fu maestro di poeti. E sarebbe il caso di dare il giusto merito a questo autore, che ha trovato il motivo ispiratore del suo canto nella fede cristiana e nell’amore per le sue antiche origini albanesi.
E’ difficile reperire i libri scritti da Leonardo de Martino. Il catalogo unico delle biblioteche italiane riporta 17 sue opere, e per la maggior parte custodite nella biblioteca di Casa Carducci a Bologna.
Ben otto libri del nostro autore sono stati pubblicati ad Avellino dalla Tipografia Pergola:
1) Sonetto acrostico caudato, 1904 (in copertina G. Carducci e S. Francesco).
2) Giosuè Carducci e San Francesco d’Assisi sonetto acrostico caudato, 1904.
3) Sciopero geniale: ai novelli sposi: un fiore epitalamio, 1904.
4) Fotografia psichica istantanea…del cav. Gennarino De Feo: sonetto acrostico caudato,1904.
5) La stella di Greci e de’ suoi emigranti, 1903.
6) La benedizione di S. Francesco d’Assisi, 1903
7) L’eco dell’apoteosi al comm. Giovanni Masucci nel suo 80° genetiaclo: sonetto, 1904.
8) Brindisi francescano: onomasticon dell’ill.mo cav. Francesco Iannelli, 1904.
Le date delle edizioni sono il più delle volte quelle che compaiono nei testi dopo l’ultima composizione poetica. Luogo di edizione ed editore, anche quando non vengono indicati, sono facilmente individuabili.Altre due opere sono state stampate ad Ariano Irpino (AV), nell’allora Stabilimento Tipografico Appulo-Irpino:
1) Agli augusti giovani sovrani d’Italia Vittorio Emanuele III ed Elena Petrovich di Montenegro: un mesto fiore sulla tomba del re buono e leale, 1900.
2) A sua Maestà la regina madre Margherita di Savoia, 1901.
Altre cinque opere furono stampate nello Stabilimento tipografico Fischetti, nel comune di Sarno (SA), dove Leonardo de Martino morì, nel convento dei Frati Minori:
1) A Sua Maestà la regina Margherita di Savoia, Napoli: dedica e presentazione d’un fiore di maggio; L’anniversario dello statuto e la solenne inaugurazione dei premi nelle scuole municipali e governative del regno, 1900.
2) Al Serafino d’Assisi: responsorio, 1902.
3) Dopo la lettura del nuovo opuscolo Il sonetto di Giosuè Carducci Il bove criticato e rifatto da Porrello Enrico: sonetto, 1905.
4) All’augusta famiglia regnante d’Italia, 1902.
5) Il IV centenario della Disfida di Barletta festeggiato a Sarno patria fortunata di Mariano Abignente: ricordo poetico, 1903
Venne pubblicata nel 1897 a Bari dall’editore Laterza la monografia intitolata La questione Albanese-Orientale e la nuova crociata: Poemetto eroicomico popolare e in appendice Il lamento del rosignuolo prigioniero. Presso un’altra prestigiosa casa editrice, Tipografia dell’Ancora, venne pubblicata a Venezia nel 1881 l’opera più importante di Leonardo de Martino: L’arpa di un italo-albanese; volume di ben 440 pagine con testi nelle due lingue.
Il risultato della combinazione di queste due culture (quella italiana e quella albanese) in un poeta versatile, raffinato e brillante, orientato alla ricerca ed alla scoperta di novità anche nei filoni tradizionali della letteratura patria si concretizza nell’opera, L’Arpa di un italo albanese, che andrebbe riproposta per riscoprirne l’ importanza letteraria e il messaggio interculturale.
23:00 Scritto da: manphry in Letteratura italo-albanese | Link permanente | Commenti (2) | Segnala | OKNOtizie |
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14/06/2007
Binomi europei
Conosciamo dalla geografia che ci sono delle zone, dei territori dove è difficile segnare una linea netta di demarcazione; così parliamo con molta naturalezza di Appennino Calabro-Lucano, oppure di quello Tosco-Emiliano. Non si tratta certo di zone franche o indistinte, perché nella nostra concezione rimangono due entità che tendono ad accostarsi più che a confondersi.
Le minoranze linguistiche subiscono lo stesso fenomeno. Così dire italo-albanese oggi non esprime al meglio il rapporto tra le due lingue, italiane e albanese, così come viene vissuto nelle comunità sparse nel nostro Mezzogiorno.
A leggere il romanzo di Carmine Abate, La moto di Scanderbeg, edito la prima volta da Fazi di Roma nel 1999, ci si convince che la letteratura del XXI secolo nasce all'insegna del pluralismo linguistico. Non è certo una novità in assoluto per la letteratura dei paesi occidentali. Ma dall'uomo che vende la sua ombra di Chamisso (1781-1838) - scrittore che, avendo due patrie (Francia e Germania), non ne aveva in effetti nessuna, e per questo sentiva dentro di sé un vuoto incolmabile-, al romanzo di Abate, dove è tornata visibile la presenza albanese nella cultura italiana e non solo italiana ( l'uomo di Abate non ha perduto la sua ombra, come quello di Chamisso, ma ne ha una che si espande in più direzioni) è passata molta acqua sotto i ponti.
Potrà risultare illuminante, per comprendere questa nuova dimensione culturale, la schermaglia verbale, molto informale, che il protagonista del romanzo, Giovanni Alessi, ha con una sua amica tedesca, Yvonne:
" Mi sono venuti in mente persino i versi di Montale, che ai tempi dell'università recitavo per far colpo sulle ragazze più resistenti, e glieli ho recitati senza ironia, dimenticando la lezione di Thomas:- Invidio la cicogna/ che se va sa dove andare/ e dove tornerà. E lei, con la mia stessa serietà nella voce squillante: -Sì, però, ricordati: L'uomo che trova dolce il luogo natale è ancora un tenero principiante; quello per cui ogni suolo è come il suolo nativo è già più forte; ma perfetto è l'uomo per cui l'intero mondo è un paese straniero. Yvonne non finiva di stupirmi. "Ma è stupenda questa frase, me la voglio trascrivere. E' di uno scrittore tedesco contemporaneo?,le ho chiesto curioso. No -ha risposto, lieta di avermi stupito-, è di Ugo di San Vittore, dodicesimo secolo. Ma guarda, questa è la frase che cercavo da anni, le ho detto con entusiasmo esagerato".
La severità delle citazioni letterarie viene mitigata dalla prosaicità della stanza, in cui i due si accingono a trascorrere una notte d'amore. L'autore sembra quasi voler evitare i toni alti di una discussione troppo impegnata.
La società europea si avvia, o forse già lo è, ad essere multiculturale. Al di là del confine del proprio Stato non c'è più un potenziale pericolo, ma un altro cittadino europeo con il quale ci si deve incontrare. Saremo un poco tutti italo-svevi, anglo-sassoni, serbo-croati... Riscopriremo l'importanza dei "binomi" o piuttosto dei "polinomi".
16:44 Scritto da: manphry in Letteratura italo-albanese | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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