12/04/2012

Polonia, paese dove si può ancora sognare.

Valentino De Bernardis, Cracovia, il sogno dopo, AeB editrice, Acireale-Roma 2011.

 

I sogni possono avere un tempo? Può esistere per i sogni un passato un presente e un futuro? Il libro di Valentino De Bernardis già nel titolo stabilisce una dimensione temporale al suo sogno; "il sogno dopo" presuppone una successione temporale,  come quando diciamo  "il giorno dopo" o "l'anno dopo" o "un'ora dopo". I sogni, però, non ubbidiscono ad una sequenza logica; un sogno non finisce dove ne inizia un altro.

Grazie al programma Erasmus tre studenti universitari, due italiani, Leonardo e Antonio, uno spagnolo, Santiago, hanno incontrato  in Polonia  loro colleghi polacchi,Darek, Andrea, Anja, Barbara, Zofia, Julia, Marta, Veronika. Evento fortuito e del tutto involontario, da cui è scaturita sincera amicizia. Gli anni dell'università sono per gli studenti anni formativi non solo dal punto di vista culturale e professionale; essi, infatti, segnano la crescita umana e affettiva delle persone.

 

Amorevole nazione. In Polonia era giunto la prima volta, pochi anni prima, da studente universitario; adesso Leonardo lasciava l'Italia, dove aveva un lavoro anche se non a tempo indeterminato, e ritornava in Polonia per trascorrervi qualche giorno, per una sorta di consuetudine: "Una maniera inconsapevole per sfuggire alla realtà di un'esistenza altrimenti vuota" (p.7).

Leonardo, il protagonista della storia, è innamorato della Polonia. "Quello che era nato come un interesse marginale per una terra lontana, fino a un decennio fa neppure considerata Europa, era andato sbocciando come un amore intenso, quasi morboso" (p.8). E nella sua esperienza giovanile diventa "La Polonia come meta interlocutoria di un sentiero insidioso. Un angolo di mondo dove realizzarmi, dove si punta sui giovani e non sui vecchi. Ambiente culturale vivo, estraneo ai salamelecchi della penisola [Italia], sovvenzionato quando c'è bisogno da giusti pesi e giusti incentivi" (p. 99). "La Polonia ha una forza di attrazione fuori dal mondo scientifico per chi l'ha vissuta per un periodo di tempo medio-lungo" (p.157)."La Polonia sembra cambiare in meglio tutte le persone, chi da giovane è una bella compagnia, da adulto diventa una bella persona"(p.165)

 

Città fascinosa. Una città in particolare  suscita le affettuose simpatie di Leonardo. Egli, infatti, è innamorato di Cracovia come  di una donna. E Barbara, che sta trascorrendo con Leonardo dei momenti intensi di un rapporto affettivo bello e insidioso perché incerto del futuro, gli chiede :" Ma tu hai in programma di venire qui per me o per la città?" (p.123). "Cracovia è un caleidoscopio naturale di sogni multidimensionali. Unica città al mondo con lo sguardo a occidente, la testa a oriente e il cuore bianco e rosso. Dietro ogni angolo, vicolo, oggetto inanimato, abitante giovane e anziano, è concentrata la bellezza e la cattiveria delle capacità umane" (p.49) E Leonardo può candidamente affermare :"Posso camminare a occhi chiusi senza paura di cadere, o inciampare, su un marciapiede rovinato. Sebbene conosca palmo a palmo intere zone, l'invisibile magia cittadina avvolge la ragione, e regala lo sguardo di chi la visita per la prima volta. C'è sempre un aspetto nuovo capace di emergere tra le sfumature del momento". (p.49)

"Cracovia è speciale" dice Barbara, "Cracovia è la sporgenza amica su una parete liscia" commenta tra sé Leonardo (p.97), "Il respiro culturale di Cracovia non lo avrei potuto ritrovare in nessuna altra parte della Polonia. L'invasione di tendenze consumistiche trascinate all'eccesso lascia visibili poche oasi di benessere da non poter abbandonare in nessun caso. Io la mia l'avevo trovata lungo il basso corso del Vistula" (p.125) Per questo, la non partecipazione alla festa dei Wianki, faceva sentire Leonardo "Orfano della festa più tradizionale della mia città" (p.129); oppure, quando cammina per le strade con l'amico, dice senza retorica: "Lo seguo nella mia città" (p.53).

Una città mia , Cracovia, da amare nella sua interezza. E in questa città Leonardo è corrisposto nei suoi desideri giovanili di amore, perché i rapporti interpersonali tra uomo e donna sono molto diversi che in Italia: "Per le polacche l'emancipazione femminile si vede pure nelle piccole cose" (p.160). Già in passato scrittori italiani avevano dimostrato molta attenzione al mondo femminile polacco, notandone le positive qualità.  Delle donne di Polonia, ad esempio, così scriveva Leonardo Cacciatore nel suo Nuovo Atlante istorico, Firenze 1836 vol. 3,  traducendo da M. Malte-Brun:  " La bellezza delle donne le ha rese celebri nel settentrione: esse superano quelle della Russia per la nobiltà delle forme e quelle della Germania per le tinte. Hanno la persona svelta, il piede piccolo e gentile e vaghe forme; adoperano piacevoli ed animate maniere, e molte ve ne hanno che manifestarono uno spirito fermo e bellicoso al pari degli uomini". Una continuità con il passato che non si interrompe, oggi.

 

Cracovia familiare. Seguiamo Leonardo e i suoi amici per le vie di Cracovia, così come sanno fare gli studenti universitari alla ricerca di locali che lo spirito giovanile sa scoprire."Ulica Florianska è invasa dalla primaverile inondazione di persone" (p.50) "Il rynek è un trionfo di suoni e rumori. Artisti di strada si accavallano alle sculture umane" (p.52) "Per chi  ha vissuto a Cracovia il negozio Empik del rynek è il punto di ritrovo per eccellenza. Un luogo di raccolta dove darsi appuntamento. In caso di ritardi l'attesa è piacevolmente sommersa dalla lettura gratuita di giornali e riviste" (p. 54) "Giriamo l'angolo di ulica Sienna" (p.55) "Scendiamo da ulica Grocka verso il quartiere ebraico" (p.61) "Arriviamo davanti alla chiesa dei Santi Pietro e Paolo. Le statue a grandezza naturale dei dodici apostoli benedicono dall'alto chi si affolla ai cancelli" (p.61) "Seguo a memoria il percorso tra ulica Bożego Ciala e ulica Miodowa per sbucare in Plac Nowy" (p.62) Vengono inoltre notati tutti i cambiamenti apportati agli edifici e ai negozi: "In un anno, nel quartiere ebraico, hanno aperto una quantità incredibile di locali e ostelli tra cui ho difficoltà a orientarmi. Prima tappa per me obbligatoria l'Alchemia, forse il miglior locale della città. Neppure un posto a sedere, sia dentro che fuori. Turisti su turisti su turisti su turisti.(p.63) "Arriviamo al Mleczarnia...i tavoli del Mleczarnia sono ugualmente occupati. Il giardino esterno rimane serrato. Lavori di ristrutturazione protratti oltre il limite" (p.63) "Andiamo a Kolanko" (p.63) "In sequenza random sarei dovuto passare al Nowa Prowincja per la cioccolata calda, all'Alchemia per i dolci e per il cappuccino" (p.64) "Dopo esserci salutati siamo andati a bere al Pauza, nulla di speciale.(p.66) "Arriviamo fino a oltre la metà di ulica Mielesa prima di trovare dei posti a sedere all'aperto...Ero passato migliaia di volte davanti al Magiel"(p.67)

 

Amicizia e amore. Alla maniera di un moderno Odisseo l'avventura polacca di Leonardo è scandita nei giorni e, in molti casi, nelle ore della giornata. Le prime sei giornate preludono al dramma che si consumerà tra il settimo e il diciannovesimo giorno. Sono i giorni dell'amore tra Leonardo e Barbara. Amici da lungo tempo, ma Barbara, polacca, è la fidanzata di Antonio, italiano. Tutti e tre legati da amicizia sincera. Quando l'amicizia è stata ormai rotta, Leonardo confessa: "Antonio era stato mio amico è vero, e se dipendesse da me lo sarebbe tutt'ora. Ci tenevo a mantenerla viva, la nostra amicizia, ma la possibilità di poterci vedere e sentire una volta ogni due anni, o anche meno, aveva raffreddato i rapporti. Non eravamo estranei perché avevamo condiviso un periodo lungo delle nostre esistenze, assieme all'avventura di essere giovani e pieni di vita in un paese straniero, senza la minima idea del domani" (p. 150). Tutto si è verificato in pochissimo tempo, quando ci si abbandona ai sensi, come all'ebbrezza di un volo: "Io ho dovuto solamente lasciarmi andare alla passione di un'attrazione fisica rinnegata da sempre, perché ingabbiata dalla ragione di vederla, e rapportarmi a lei, come un'amica, perché fidanzata" (p.150)

A fronte di tutta la libertà che un giovane può immaginare di avere nelle sue azioni, nelle sue relazioni, nei suoi atteggiamenti, dalla storia di Leonardo, Barbara e Antonio viene fuori un dato importante: l'amicizia è prima di qualsiasi esigenza personale, di qualsiasi appagamento di istinti, nobili o meno che essi siano. Leonardo ha creduto di costruire un' unione duratura sulle ceneri di una amicizia infranta. Ed ha sbagliato irreparabilmente. E ne risente anche il suo rapporto con la città tanto amata:"Cracovia come qualsiasi parte del mondo. Tutta la magia incarnata nei nomi delle strade, nello scorrere lento di chi si incontra per strada, nelle vetture parcheggiate di sguincio viene improvvisamente a morire" (p.151). Egli aveva rotto una coppia indissolubile (non per niente li chiamavano BarbarAntonio) "Unica unione imperterrita più forte dell'erasmus" (p.45).

 

Ania l'amica polacca, che incontra Leonardo nel suo infruttuoso ritorno in Polonia alla ricerca di un affetto perduto, quello di Barbara, gli fa capire "quanto profondo fosse il legame con la cultura polacca. Un semplice stare bene in mezzo alla gente, vacillato due volte a causa di amori corrisposti a metà. La Polonia andava oltre tutto. In ogni angolo di strada si può respirare l'odore della storia dell'uomo" (p.165)

 

Con Darek il legame  è molto saldo "L'intimità della nostra amicizia non potrà mai scomparire, e a essa è legata l'altissimo significato dei suoi consigli e dei suoi giudizi"(p.178). E quando l'amico gli chiede " Ma te una storia con una ragazza italiana non riesci proprio ad averla? - ride per dare senso a una domanda- non domanda"(p.176), Leonardo coglie la questione principale della sua esistenza, una personalissima contraddizione interna: "Un blocco linguistico al contrario? No, perché con Barbara si parlava principalmente in italiano. Un eccesso di esotismo e di esterofilia, accompagnato dalla fame di conoscenza degli angoli più reconditi di una cultura differente dalla mia? Dividere i sogni e la volontà di costruire qualcosa assieme con persone che da piccolissimo immaginavo essere lontanissime, e forse con un solo occhio o tre mani? Oppure semplicemente riesco a entrare in sintonia con le polacche per la loro fame di vita. Ognuna con una cura parzialmente non elaborata nel vestire, semplici, ma con un carico di aspettative e di speranze senza uguali nell'Europa occidentale?" (p. 177)

 

Ed è proprio questo carico di aspettative e di speranze che rende particolari e singolari le donne della Polonia. La speranza, infatti, è  legata all’amore per la vita. Noi speriamo finché  abbiamo respiro vitale. E quando viene distrutta la speranza nella vita, quello che resta è la violenza e la morte.

Alla fine, a distanza di più di un anno da quei momenti bellissimi e terribili, Leonardo valuta compostamente la sua storia con Barbara:"Dopo quattrocento venti giorni non è troppo tardi per capire quanto sia giusto che lei rimanga con lui, perché Antonio la ama imprescindibilmente molto più di quanto io possa mai amarla". (p.183) 

 

 

Parole leggere. La prosa di De Bernardis riproduce l'atteggiamento  di un giovane che vive in un ambiente linguistico e culturale diverso da quello di origine, nel nostro caso la mentalità, la cultura e la lingua di uno studente italiano. Le parole polacche nel testo richiamano un linguaggio molto familiare e tipico di chi vuole dimostrare di possedere un vocabolario di sussistenza: Cześć (p.11) per dire ciao; ratusz (p.13) per il palazzo del municipio; il rynek (p.52) il mercato; le zapiekanka (p.63) panino con pomodoro, prosciutto ecc.; la szarlotka (p.64) torta di mele; le kremowke (p.141) una millefoglie; i "pierogi" (p.176) pasta ripiena con vegetali o carne; la parapatowka (p.92) festa per l'inaugurazione della casa;oppure il rispondere al telefono "Tak słucham" (p.133), " słucham"; "tak" (p.168) l'affermazione sì; il kantor (p.158) l'ufficio del cambio. L'abbondanza di modi di dire, di espressioni quasi sapienziali  riesce efficace nel riprodurre un linguaggio tipico del mondo giovanile che ha voglia di dimostrare una esperienza di vita già conquistata. Qualche esempio: "Impaziente nel midollo. Ultimi minuti di lucidità prima di soffocare nell'alcol i dispiaceri e le delusioni di un intero anno. Bere per vomitare. Piegato in due l'intera nottata. Illudermi di poter troncare definitivamente con tutte le preoccupazioni del lavoro scese dall'aereo con me" (p.24). "Il coraggio lo lascio volentieri a chi non ha pensieri nella testa. A chi riesce a vivere sereno con i soldi di famiglia, oppure con mille euro al mese. Io sono solo un numero, e i numeri non hanno il coraggio di scelte folli, sono solo quello che rappresentano. Le difficoltà, più dell'adolescenza persa, mi hanno ridotto a pensare come un ingranaggio del sistema" (p.58).

Che dire poi di serie di nomi inizianti con la stessa lettera, una sorta di climax: "Inesorabile. Incantevole. Intransigente. Inesatta. Instabile" (p.93) "Controproducente. Controsenso. Contromano. Controcorrente. Controvento. Contro" (p.116) e ancora con la lettera i: "Indecifrabile. Inconcludente. Intollerabile. Irrazionale (p.182).

La scrittura che riproduce la conversazione nell'era dell'informatica è la trascrizione di colloqui via Skype. Ben quattro capitoli sono la "trascrizione" di una conversazione on Skype: l'ora precisa in cui viene battuto il tasto per comporre il messaggio, le frasi ridotte al minimo, con tanti segni di interpunzione, punti virgole punti esclamativi interrogativi, a indicare lo stato d'animo con cui si accompagna la parola scritta. E' una scrittura che esce dai canoni tradizionali, ma è la scrittura della nostra comunicazione. Anticipatrice di nuove forme di scrittura; nuovi modi di comporre romanzi, di scrivere storie. Gianni Rodari (1920-1980) pubblicò nel 1962 per i bambini le "Favole al telefono", oggi le nostre storie sono scritte on line, on Skype.

 

                                              Virgilio Iandiorio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

02/09/2009

Pietro Paolo Parzanese

Ricorre quest'ann o il bicentenario dela nascita del poeta Pietro Paolo Parzanese, nato ad Ariano Irpino e morto a Napoli nel 1852. 

La fortuna letteraria del poeta  Parzanese inizia con il saggio di Francesco De Sanctis (essa è una delle lezioni tenute  nell’università di Napoli nell’anno accademico 1872-73); ma di quel saggio, quasi come uno spot, venne tratta quella definizione che il poeta arianese si vede appioppare ad ogni apertura di  libro o di bocca, soprattutto se di critici letterari estemporanei: poeta del villaggio.

Nel suo saggio il De Sanctis usa spesso la parola villaggio ( essa ha una frequenza molto alta). Se noi pensiamo al villaggio come a qualcosa di chiuso, di ristretto, di negativo, siamo portati a trasferire tutto questo alla poesia del poeta di Ariano Irpino.Una sorta di sottintesa equivalenza. Ma è proprio così?

De Sanctis trovava anche in Manzoni “il villaggio” ; lui stesso aveva dato una descrizione dai contorni precisi e netti del suo villaggio natale, Morra in provincia di Avellino, in “Un viaggio elettorale”:

Oggi è il dì di Pasqua, e tanti augurii a' miei Morresi, poiché sono a parlar di loro. A' quali morresi non basta esser detti di Morra, e si sono aggiunti un titolo di nobiltà, e si chiamano degli Irpini. La discendenza, come vedete, è assai rispettabile, e gli è come dire: antichi quanto gl’Irpini.. Morra di sera è un bello vedere, massime chi lo guardi da lungi e dall'alto, come fec'io venendo da Guardia. E hanno pensato anche a’ morti, e Morra ha oggi il suo bel camposanto". La descrizione continua con tante annotazioni topografiche:” Dunque una costa in pendio avvallata è Morra. Ed è tutto un bel vedere, posto tra due valloni. A dritta è il vallone stretto e profondo di Sant’Angiolo… A  sinistra è la valle dell’Isca, impetuoso torrente che va a congiungersi coll’Ofanto”; e con un riferimento ai suoi compaesani: “ Non ci è quasi casa, che non abbia il suo bello sguardo, e non c'è quasi alcun morrese, che non possa dire: io posseggo con l'occhio vasti spazii di terra".  

Si potrebbe continuare con altri poeti: Giovanni Pascoli in Romagna mette nel primo verso il “villaggio”.  Per non parlare del Sabato del villaggio di  Giacomo Leopardi.

La parola villaggio è a noi venuta attraverso il francese “village”, che a sua volta deriva dalla voce”dotta” della tarda antichità  latina “villaticus”; villatico si diceva chi rimaneva nella villa, in opposizione a coloro che erano addetti al pascolo e perciò restavano lontano dalle  abitazioni. Nella documentazione di archivio riguardante i  paesi della Campania noi troviamo la parola “terra” ad indicare il paese piccolo o grande che sia, e per gli agglomerati più piccoli troviamo la parola “casale”.

I latini  chiamavano le località di campagna non cinte da mura e formate da case di contadini “pagi”. La caratteristica del “pagus” è quella di non essere cinto da mura difensive; perché il villaggio cinto da mura era detto “castellum” o “castrum”. Nel suo significato odierno il villaggio ci richiama invece la vacanza al mare, o i complessi  residenziali di lusso; per finire al “villaggio globale”, espressione coniata più di quarant’anni fa da H. M. McLuhan e che tanta fortuna ha avuto  nel vocabolario di tutto il mondo.

Francesco De Sanctis con la sua espressione “poeta del villaggio”  voleva indicare un particolare ambito , contrapposto quanto si voglia alla città e alla metropoli, ma portatore di una sua peculiarità culturale, a cui  noi successivamente abbiamo dato un giudizio di valore. Si pensi alla fortuna della trasposizione teatrale di questi anni del racconto Il villaggio di Stepancikovo,  breve romanzo umoristico pubblicato nel 1859 da Fëdor Michajlovič Dostoevskij, in cui vengono rappresentati situazioni culturali e politiche di oggi.

La filosofia del villaggio è  una interpretazione del conflitto nei Balcani: centralità del villaggio, quale forma peculiare di una società non ancora del tutto integrata e non ancora uscita completamente dalla cultura rurale al fine di attuare una prima urbanizzazione. Così Radomir Konstantinović in Filosofia del villaggio (1981), secondo il quale la palanka (villaggio) è una sorta di limbo tra città e paese: la mentalità della palanka sopravvive anche nella realtà urbana come filosofia ad uso quotidiano di una società che resta sospesa tra tribalismo e moderninazzione. . Il fine supremo della filosofia del villaggio è l’ Universale in quanto tale. Un universale non empirico ma simbolico, quale tratto distintivo di un'esistenza sentimentale e non tragica. Nel mondo ingannevole della palanka la storia ha un senso già dato, il senso, cioè, di un mondo a portata di mano e di una materialità priva di qualsiasi utopismo.

Il villaggio di cui parla De Sanctis a proposito di Parzanese, alla luce degli accadimenti del secolo appena passato e dei nostri giorni, diventa un concetto più chiaro e più accessibile;  l’illustre critico aveva indicato la strada per superare  una condizione di vita già data e una esistenza già scontata nei paesi meridionali dell' 800. 

 

 

 

07/01/2009

La decima musa

Più di ottanta anni fa in Avellino si inaugurava una nuova testata giornalistica che recava il titolo di La Decima Musa Quindicinale Artistico-Letterario; il primo numero, infatti, stampato nella tipografia Pergola, porta la data giugno-luglio 1924. Questo periodico, un poco come tutti i periodici provinciali,  con qualche eccezione, non ebbe vita lunga; fu stampato solo per qualche anno. E poi trattando di argomenti squisitamente artistici e letterari non ha avuto da parte dei posteri le stesse attenzioni che hanno avuto periodici della provincia con connotazione più propriamente politica. Si può dire che sia rimasto sconosciuto "in patria".

La scelta del titolo “ La Decima Musa ” era già indicativa di una posizione culturale. Si potrebbe escludere un riferimento concreto alla nostra “decima musa”, come per vezzo si è soliti definire l’arte cinematografica; per altro  i numeri del periodico consultati di tutto parlano tranne che di cinema. Questo, infatti, non era ancora assurto alla dignità di vera arte.

Allora perché quel titolo? I promotori del quindicinale, tutti giovani di età e freschi di studi secondari e universitari, avevano un riferimento importante e concreto. Nel 1903 Gabriele D’Annunzio pubblicò il suo primo libro delle Laudi, Maia, dove compare la locuzione “Decima musa”. E’ un appellativo che il D’Annunzio attribuisce all’ Energèia, cioè all’energia vitale in tutte le sue manifestazioni:

La nomata nel grido / Euplete Eurétria Energèia / la nomata nel grido / umano coi nomi divini / delle plenitudini e delle / virtù, l’invocata da tutti / nell’alba, la decima musa / apparì, discese dal monte / in mezzo agli uomini.

 

Direttore responsabile della rivista era Salvatore De Lorenzo e redattore  capo Antonio Di Maggio. Non deve meravigliare se dei giovani prendessero l’iniziativa di stampare un giornale. Con lo stesso titolo, per esempio, due anni prima, nel 1922, nasce un’altra “Decima Musa” in Calabria a Vibo Valentia. Anche in questo caso si tratta di studenti, universitari soprattutto, che si cimentano con la letteratura, la satira e l’umorismo. Non bisogna dimenticare che La Rivoluzione Liberare di Piero Gobetti, anche se in un campo più squisitamente politico, era una rivista fatta da giovani, il suo direttore, quando uscì il primo numero, aveva poco più di vent’anni.

Perché il peridico irpino abbia scelto la linea editoriale della letteratura, sarebbe interessante indagare. Possono essere illuminanti le parole che proprio su La Rivoluzione Liberale , anno I n. 31, scriveva il narratore ed educatore Augusto Monti (1881-1966) in una lettera a Giuseppe Prezzolini: “La situazione dell’anteguerra si ripete ancora dopo la guerra: o la battaglia o il ritiro isolato. I nostri sforzi devono essere diretti a educare, scrivi tu a Gobetti, e Gobetti risponde insomma: educazione e cultura sì, ma anche azione e rivoluzione. E avete tutti e due ragione”. E il dilemma è quanto mai attuale.

Tra i collaboratori de La decima musa troviamo Angelo Mele, Renzo de Loreto, Duilio Borghese, Leo Langeme, Coriolano Pagnozzi, Carlo Weidlich, Roberto d’Oltremare, S. Santangelo, Giovanni Arace, IgnazioDrago, Pietro Iadanza, Manlio Sarni, Q. Vittorio Napoleone, Aniello di S. Giacomo, Tullio Giannetti, Giuseppe De Masellis, Achille Palazzo, B. Lionello Vella, e naturalmente il direttore Salvatore De Lorenzo e il redattore capo Antonio di Maggio. Non tutti i collaboratori erano di Avellino e provincia, anche questo è un segno importante delle finalità che il giornale si prefiggeva.

Nel numero 6 del 15 novembre 1924 viene data notizia di altre iniziative editoriali: “ la Fiumana , è un interessante quindicinale artistico-letterario dei giovani d’Italia che si pubblica in Livorno, direzione via Borra 10. Direttori: S. Falciani, F. Kellermann, xilografo L. Servolini”. E vengono elencati gli articoli (novelle, poesie) con i relativi autori. E ancora viene riportato: “Prossimamente si pubblicherà in Napoli un importante quindicinale artistico-letterario “Scintilla Triadica” –Organo universitario, il cui direttore sarà: Russo Guido – Al confratello auguri”.

Le copie de La Decima Musa che uscivano dalla tipografia Pergola erano di numero considerevole, considerato il periodo, cinquecento ed anche seicento, tutte inviate per posta ai lettori, dietro anticipato pagamento.

Salvatore di Lorenzo, quando iniziò la pubblicazione del quindicinale, aveva già dato alle stampe: un volume in versi intitolato “Satura lanx” e un altro dal titolo “Le liriche della malinconia”. Laureato in lettere, insegnò italiano e latini negli anni Trenta presso l’Istituto Magistrale P.E. Imbriani di Avellino.