11/05/2011

La Pasqua

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04/04/2010

Pasqua

Con la domenica di Pasqua si conclude il ciclo liturgico dedicato alla morte e alla resurrezione di Gesù. Durante la Settimana Santa alle celebrazioni in chiesa si affiancavano un tempo non molto remoto diverse manifestazioni in cui il folclore si coniugava con lo spirito religioso vissuto  in casa e nella comunità locale. E andando con la mente alla mia fanciullezza, alla mia adolescenza, posso dire che la Pasqua è nei miei ricordi legata alla “pulizia” che si faceva in casa e alla voglia di “pulizia” interiore, che ispiravano i momenti liturgici di preparazione all’evento straordinario della Resurrezione del Cristo. Non voglio dire che oggi siamo diventati meno attenti alla pulizia del nostro corpo e degli ambienti dove trascorriamo la giornata, forse ci manca la voglia di “pulizia”, quella  che non può essere data dall’acqua, dal sapone e dai profumi, ma dal cambiare proposito: la metànoia del Vangelo. Anche se noi vorremmo che fossero sempre gli altri a cambiare!

Non furono nemmeno tutti concordi sulla data della Pasqua cristiana. La riforma del calendario di papa Gregorio XIII nel 1582  non venne accettata da tutte le comunità cristiane. Secondo il Calendario Gregoriano la Pasqua cade nella domenica seguente al primo plenilunio ecclesiastico dopo il 21 marzo. Quando il plenilunio avvenga il 21 marzo e il giorno successivo sia domenica, la Pasqua cade in questo stesso giorno, 22 marzo; ma se il plenilunio cade prima del 21 marzo bisogna aspettare l’altro plenilunio, che può avvenire anche il 18 aprile. Se anche il 18 aprile cade di domenica la Pasqua sarà la successiva domenica, cioè il 25 aprile. Vale a dire che la Pasqua si può celebrare, a seconda degli anni, in un arco di tempo di 35 giorni, ma non prima del 22 di marzo (Pasqua bassa) e non oltre il 25 aprile (Pasqua alta).

Anticamente il patriarca di Alessandria inviava agli altri patriarchi metropoliti una “Lettera pasquale” per comunicare  la data della Pasqua (poiché  gli astronomi alessandrini avevano il compito di stabilire la data di questa festività)

Nelle lingue dell’Europa non troviamo sempre la parola Pasqua. Nella Slovenia, paese slavo confinante con la nostra Penisola, si dice  Velikanoč (= la gran notte), nome che si adegua molto bene all'espressione agostiniana "O beata nox!". In inglese abbiamo Easter, nome che secondo Beda deriverebbe da quello della dea Ostra; ma si potrebbe anche pensare ad una commistione tra il sostantivo greco héos, aurora dei latini, con  East, punto cardinale per indicare l’Oriente. In diverse nazioni, essendo quella pasquale la festa più importante dell’anno, si usa designarla col nome completo di Pasqua di Resurrezione. Questo uso ha comportato che la parola Pasqua divenisse sinonimo di festa. In alcune regioni italiane, e un tempo anche dalle nostre parti, si usava chiamare Pasqua l’Epifania; in Toscana la Pasqua di ceppo (il Natale) si distingue dalla Pasqua d’uovo (la Resurrezione). Ma c’è anche la Pasqua dei morti (la commemorazione dei defunti), la Pasqua rosata (la Pentecoste), la Pasqua fiorita (domenica delle palme), la Pasqua dei lavoratori (I maggio).

L’uso di indicare con “pasqua” in genere la festa, possiamo trovare nelle Rime (XCIX) di Dante: Messer Brunetto, questa pulzelletta / con esso voi si vien la pasqua a fare / non intendete pasqua di mangiare / ch’ella non mangia, anzi vuol esser letta… Qui il sostantivo indica genericamente festività, e per estensione è passato ad indicare festa, evento gioioso (cfr. il GDLI del Battaglia). Negli antichi volgarizzamenti l’espressione “mangiar la pasqua” è riferita alla Pasqua di Resurrezione.

La Pasqua ha legato il nome ad alcuni avvenimenti storici. Con “Pasque piemontesi” vengono indicati i massacri perpetrati contro i valdesi dall’esercito sabaudo nel periodo pasquale del 1655. “Pasque veronesi” sono invece il movimento di sommossa popolare scoppiato a Verona il giorno seguente le festività pasquali contro l’occupazione francese e che durò sei giorni, dal 17  al 23 aprile 1797.

Che dire poi della parola Pasqua usata nelle imprecazioni e nelle ingiurie: “Datti la mala pasqua”, “Ti venga la mala pasqua”, “Dio, ti dia la mala pasqua”. La mala pasqua indica “condizione o situazione di sventura, disagio, sfortuna, miseria, fastidio, pena”. Eppure contento, felice come una pasqua, o semplicemente come una pasqua si dice di persona che costituisce motivo di felicità,  procura serenità e gioia. “Viso di pasqua” si dice di un volto tondo, paffuto, pacioso.  

                                                                                                            

15:03 Scritto da: manphry in lessico | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

10/03/2010

La discontinuità

Una parola che ricorre frequente nei discorsi dei candidati alle prossime elezioni regionali è “discontinuità”. Sballottata da destra a sinistra e da sinistra a destra la “discontinuità” sembra una parola indispensabile in questo frangente politico. Siamo diventati tutti “discontinui”, anche se è sempre la discontinuità dell’altro che ci interessa, nel senso che ognuno crede a torto o a ragione che sia la “discontinuità” degli avversari ad essere in gioco, mai la propria. Poi basta leggere le liste dei candidati per averne un riscontro empirico.

Eppure la “discontinuità”, che ha confini così incerti, ha assunto una connotazione tutto sommato positiva. E’ diventata una sorta di palingenesi  in questo mondo politico dove è difficile anche l’orientamento, non dico con la bussola, ma nemmeno quello  della navigazione a vista.

Il Grande Dizionario della Lingua Italiana di Salvatore Battaglia dice a proposito della “discontinuità”: Successione o serie interrotta, spezzata (nello spazio e nel tempo). In particolare: attenzione, applicazione, impegno discontinuo ( in un lavoro, in un’attività. In senso concreto: condotta di opera senza continuità.

Quando a scuola ti dicevano che eri discontinuo nello studio, nell’impegno, nella frequenza  era un titolo di demerito; ed erano dolori se non si fosse ricorso in qualche modo ai ripari. In sostanza la discontinuità anche in altri campi vuole dire “mancanza di continuità, di uniformità; incoerenza fra le varie parti di un’opera; frammentarietà ( di uno scritto, di un discorso); difetto di regolarità; punto di frattura, di interruzione.

La discontinuità si connota di  valenze negative. E Carlo Michelstaedter (1887-1910) scriveva: “apparente negazione della discontinuità c’è nell’innesto”.

Provatevi a immaginare il pranzo di Natale, quando in famiglia sono riuniti accanto ai genitori e ai figli, i nonni e i bisnonni. C’è la continuità della famiglia, ma con quanta discontinuità! Il bisnonno e il nipotino: una differenza di decine di anni. Dove è la continuità? Il fatto che siano seduti alla stessa tavola è sufficiente per dire continuità? Provate a far roteare una torcia accesa che recate nella mano. Il risultato è una circonferenza luminosa continua. Ma noi sappiamo che non c’è una circonferenza continua di luce.

Siamo debitori alla matematica, se il concetto di “discontinuità” è passato nel nostro linguaggio corrente a indicare qualcosa di neutro, forse, ma a volte necessario. Intuitivamente possiamo dire che una funzione (matematica) si dice continua quando possiamo disegnarla senza staccare la penna dal foglio (o il gessetto dalla lavagna); essa evidentemente diventa discontinua quando stacchiamo la penna dal foglio e la riattacchiamo dopo un intervallo. Inoltre, la consuetudine che a scuola lo studente instaura con alcune funzioni continue (si pensi al grafico, ad esempio, di rette, parabole, curve logaritmiche) può essere la causa del consolidarsi dell’impressione secondo cui la continuità sia da considerarsi alla stregua di regola, mentre la discontinuità come eccezione. Si potrebbe dire che lo studente associ, implicitamente, ma direttamente al concetto “funzione” la caratteristica “continuità”, senza porre la dovuta attenzione al fatto che una funzione continua dovrebbe invece essere considerata come un caso (molto) particolare di funzione.

Nel mondo romano la discontinuità era considerata come frattura, come caduta rispetto ad un andamento considerato continuo. Per indicare la mancanza di continuità nello spazio, nel tempo ecc. i latini  ricorrevano alla parola “intervallum”. Quanti di noi conoscono a memoria quella famosa frase di San Girolamo a proposito del poeta Lucrezio, autore del De rerum natura, il quale avrebbe scritto il suo poema “per intervalla insaniae”!

La nostra discontinuità, concetto astratto, veniva indicata come “mobilitas ingenii”, ma anche “animus mobilis”; però voluntas mobilis” era l’umore mutabile, che poteva essere semplicemente indicato con “varietas”. I latini poneva l’accento sulla “mobilitas”, la discontinuità come mobilità di idee di umore di atteggiamenti. Ma sono passati molti secoli, e “mobile” oggi è una caratteristica della telefonia; mobile phone è l’equivalente inglese del nostro cellulare o telefonino.

17:34 Scritto da: manphry in lessico | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook