02/08/2007
Il Cilento
Un litorale lungo circa 150 chilometri dal Sele all’estremità sud del territorio regionale, in molti punti inaccessibile fino a pochi decenni fa, è diventato la meta preferita per le vacanze estive di tanti italiani e stranieri.
Dagli strapiombanti dirupi di Palinuro alla tranquilla riviera di Velia, agli scogli di Acciaroli alla spiaggia chic di Trentova il paesaggio costiero conserva l’incanto di un mondo arcaico, con la serie di torri e castelli semidiroccati che vigilano dall’alto della scogliere, con la diffusa presenza di una folta e profumatissima macchia mediterranea e con il mare di un azzurro intenso.
Sono note al grande pubblico, anche internazionale, le stazioni balnerai, o meglio, quello che sono diventate le antiche marine di Palinuro, Pisciotta, Ascea, Acciaroli, Castellabate e Acropoli.
E’ stato, a parere degli studiosi, il fiume Alento, che sfocia presso l’antica Elea, a dare il nome al Cilento. Questo toponimo, infatti, significherebbe al di qua dell’Alento (CisAlentum), naturalmente per chi viene dalla piana di Paestum e si dirige alla volta di Palinuro. Successivamente, cioè dal medioevo, il nome passò ad indicare un territorio più vasto, tanto che alla fine del XVIII secolo uno studioso attento, quale fu G. M. Galanti, nel descrivere il Principato Citra, vale a dire l'attuale provincia di Salerno, fa questa distinzione territoriale:” La parte che termina (cioè confina) con la Campania sino al Silaro (il fiume Sele), dicesi Costa; la parte montuosa da questo fiume fino all’altro detto Oberino, che la divide dalla Basilicata, dicesi Cilento; la parte interiore finalmente dicesi Vallo di Diano”. Nell’accezione comune, oggi, per Cilento si intende il vasto comprensorio che da Acropoli giunge fino a Palinuro. I nomi dei luoghi, si sa, vivono sempre in sintonia con le trasformazioni e con gli eventi che si succedono nel territorio.Eppure questa terra, che nel passato era più agevole raggiungere via mare che non via terra, è stata sin dalla remota antichità ospitale. Il poeta Giuseppe Ungaretti, che visitò il Cilento nel 1932, lo descrisse come un paesaggio d’altri tempi. Ricca di fascino l’apostrofe all’antica Elea:” E di te, città disperata, e di voi, primi occhi aperti, o Eleati, non è rimasto altro, se non un po’ di polvere? La vostra fama mortale era bene un’illusione, come tu dicevi, Parmenide; ma la vostra voce, io la sento in questo silenzio: ciò che era materia immortale in voi, è immortale: anche in questo mio corpo caduco”.
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01/08/2007
Il terremoto del Vulture
Lo definirono il terremoto del Vulture, quello che colpì la parte settentrionale della provincia di Avellino il 23 luglio del 1930. Non che un terremoto in più concorra a fare la differenza. Dall’Unità d’ Italia ad oggi se ne contano, con origine nell’area altirpina, almeno una ventina.
I paesi irpini furono investiti con intensità diversa a seconda anche della distanza dall’epicentro del sisma; si va dai 10 gradi Mercalli registrati per Aquilonia vecchia, Scampitella, Villanova del Battista, Lacedonia, Vallesaccarda; ai 9 gradi di Montecalvo, San Nicola Baronia, Ariano Irpino, Bisaccia, Castel Baronia, Flumeri, Monteverde, San Sossio Baronia, Zungoli.
Il terremoto avvenne, come noto, nel mezzo della notte. Ebbe la durata di 45 secondi.
Il Corriere dell’Irpinia, 23 agosto 1930, scriveva: “L’Irpinia attende che tutte le sue piaghe siano curate con mano sollecita, esperta e fraterna, nei paesi e nei campi. Essa si è rivelata poverissima di comunicazioni stradali, di acquedotti, di opere igieniche e assistenziali, massime nella zona folgorata dal flagello. Ha bisogno di trasformazione radicale, più che di ricostruzioni. E’ il momento di riparare a tutta l’infeconda politica parlamentare che la mantenne per oltre mezzo secolo perniciosamente mancipia di beghe partigiane, di antagonismi balordi e di gretti isolamenti. Ha bisogno di nuovi orizzonti per la rinascita.
Ha bisogno di una vigorosa iniezione di modernità per non cadere all’ultimo livello civile e morale delle regioni d’Italia e per non invidiare la sorte della Cirenaica. E’ il momento di salvarla, prima che i superstiti, stretti alla gola dalla morsa della necessità, se ne allontanino definitivamente. E’ il momento di non lasciarla dissanguare. Oggi, o mai più”.
I danni maggiori in termini di vite umane ed economici li subirono i comuni irpini: Aquilonia con 281 morti e 600 abitazioni crollate; Villanova del Battista 166 morti, 400 case crollate; Lacedonia 190 morti e 300 case crollate; Trevico 140 morti e 500 case distrutte; Ariano Irpino 83 morti, 907 abitazioni crollate; Montecalvo 71 morti e 330 case crollate; Bisaccia 18 morti e 137 case crollate; San Sossio Baronia 42 morti e 50 case crollate; Zungoli 16 morti e 48 case crollate; Monteverde 12 morti e 110 case crollate. Morti e crolli in misura meno tragica degli altri paesi ci furono a Castelbaronia, San Nicola Baronia, Vallata, Frigento, Calitri, Carife, Flumeri, Grottaminarda, Mirabella, Savignano.
Pochi giorni dopo il sisma il Re Vittorio Emanuele III e la Regina Elena visitarono le popolazioni terremotate. Nella prima mattinata del 27 luglio la coppia reale in treno giungeva a Rocchetta Sant’Antonio. Mussolini non si recò nelle zone terremotate, anche se nel mese di agosto aveva manifestato l’intenzione di farlo.
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30/06/2007
Profumi e sapori di Slovenia
Nel medioevo la città, la cui prima menzione in un documento storico risale al 1241, aveva due importanti fiere annuali. In occasione delle due fiere avevano tregua le liti tra le varie comunità. La Sava è ricca di pesci, ma in quei tempi lontani i cittadini potevano pescare e vendere il pesce a condizione che ne dessero prima al vescovo e al suo seguito.
La vicinanza dei fiumi non sempre è favorevole per le città che si trovano vicino alle loro rive. Nel 1781 una terribile inondazione della Sava distrusse a Brežice, tra l’altro, anche la chiesa parrocchiale di S. Lorenzo edificata nel 1354. Quella attuale fu costruita nel 1782 dai monaci cistercensi.
Oggi è l’acqua, quella termale, a rendere famosa in Europa la città. Le Terme Čatež, infatti, situate nella pianura dove i fiumi Krka e Sava si congiungono, racchiuse a sud dalle boscose alture di Gorjanci ed a nord dalle colline di Bizeljsko, coperte da filari di vigne, sono frequentatissime in tutte le stagioni dell’anno.
Le abitazioni del centro cittadino hanno conservato il loro aspetto antico; niente del rumore delle nostre città italiane; anche la Sava scorre silenziosa, forse per non disturbare le tantissime specie di animali che popolano le foreste, le radure e i campi coltivati. Sulle sue rive è difficile perdersi, perché la sua “voce” ti guida.
Brežice ha una popolazione di 7.000 abitanti ed è tra i comuni più popolosi della Slovenia. Nel suo castello, una imponente costruzione di sapore rinascimentale, sono custodite le testimonianze archeologiche dai primi insediamenti illirici al periodo romano, ma anche quelle sulle rivolte contadine e degli avvenimenti della storia recente. Insomma è un museo tra i più ricchi ed organizzati della nazione.
09:11 Scritto da: manphry in geografia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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