17/02/2008

La Candelora

Il 2 di febbraio la Chiesa   celebra la festività della Purificazione di Maria, meglio conosciuta come “Candelora”. Nel Vangelo di Luca, capitolo secondo versetti 21-24, si parla della presentazione di Gesù al tempio:” Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione secondo la legge di Mosè”. La festa della Candelora , infatti, è legata al rito della purificazione che la Madonna osservò  nel quarantesimo giorno dalla nascita del figlio.

Le prime testimonianze della festività.

 

Nell’Oriente cristiano, dove il natale del Signore era celebrato il 6 di gennaio, la Purificazione cadeva il 14 del mese di febbraio. Nell’Occidente latino, invece, il Natale cadeva il 25 dicembre e di conseguenza veniva anticipata al 2 di febbraio la festa della Purificazione. Quest’ultimo uso finì con il diffondersi in tutto il mondo cristiano.

Una prima testimonianza di questa festa si trova nella Peregrinatio Egeriae,  che è la narrazione in latino volgare del viaggio ,dalla Galizia a Gerusalemme, fatto da una monaca, Egeria o Eteria, originaria della Gallia meridionale o della Spagna, vissuta tra il IV e il V secolo d. C.

“ A Gerusalemme –scrive Egeria nella parte seconda capitolo XXVI della sua opera- si celebra con grande solennità il quarantesimo giorno dopo l’Epifania. In questo giorno, infatti, si va in processione all’Anàstasis (oggi basilica del Santo Sepolcro) e tutti vi prendono parte e ogni cosa è fatta secondo il suo ordine con grande gioia quasi come per Pasqua”.

Da Gerusalemme la celebrazione si diffuse in Oriente e soprattutto nell’altra capitale dell’impero romano. L’imperatore Giustiniano (527-565) introdusse nel 542 a Costantinopoli la festa della Purificazione, che fu detta Υpapanté (= incontro), in riferimento alla testimonianza evangelica di Luca, che fa incontrare Maria e Gesù con Simeone al tempio.

L’accostamento della Purificazione con i lumi, le candele, compare negli scrittti di Cirillo d’Alessandria ( circa 370-444), padre e dottore della Chiesa, celebre per la sua lotta contro Nestorio, patriarca di Costantinopoli nel 428, che predicò contro la venerazione della Madonna quale Madre di Dio (Theotòkos).

In Francia sarebbe nato l’uso di benedire e accendere le candele nella festa della Purificazione. A Roma la festa era chiamata “giorno di Simeone” e si celebrava con una processione che andava da S. Adriano a S. Maria Maggiore; essa è attestata già agli inizi dell’ottavo secolo. Il nome Candelora invece deriverebbe dal latino della tarda antichità “festum candelarum”, festività delle candele.

Il folclore.

Nelle tradizioni popolari,  e non solo italiane, la Candelora è la festa dei ceri, che una volta benedetti in chiesa dal sacerdote, si custodiscono gelosamente in casa. Si farà uso di essi, accendendoli devozionalemente, per scongiurare grandine, malattie del bestiame, temporali; ma anche per vegliare i morti prima della sepoltura, per assistere le persone in fin di vita.

Nella Savoia si usava, da parte delle donne, nel giorno della Candelora raccogliere come atto votivo rametti di nocciolo selvatico, perché, secondo una leggenda del posto, la Madonna avrebbe staccato un ramo di nocciolo mentre si recava al tempio per la purificazione.

Dal nord al sud della  penisola italiana  la Candelora è legata al fatto che in febbraio si comincia ad avvertire il cambiamento stagionale. Fatto importantissimo in un mondo contadino che sui cicli stagionali scandiva la propria vita. Era necessario che ogni situazione particolare fosse formulata in esempio; le conoscenze tecniche della vita dei campi e il patrimonio culturale si trasmettevano oralmente di generazione in generazione e avevano trovato il mezzo espressivo più idoneo nei proverbi e nei detti. Il proverbio, infatti, per la sua brevità e concisione è facilmente  memorizzabile, soprattutto se formulato in versi e in rima, ed ha una funzione pratica e didattica.

Il due di febbraio era una prima data utile per prevedere il tempo primaverile. E i detti proverbiali rimarcano un dato fondamentale, l’inverno non è ancora passato del tutto, rimane  l’eventualità di un suo protrarsi fino al mese di marzo.

Qualche esempio, tra le migliaia di detti proverbiali che si potrebbero raccogliere nelle diverse regioni italiane:

1)Candelora dell’inverno semo fòra / ma se piove o tira vento, ne l’inverno semo drento.

2) De la Cannilora se chiove acqua minuta / la ‘nvernata se n’è ssuta.

3) De la Cannilora o ca nivica o ca chiove / lu jernu è fore / e se bbonu tiempu fa / la ‘nvernata se ne va.

4) Candelora in foglia, Pasqua in neve.

5)Candelora scura / dell’inverno non si ha paura.

6) Per la santa Candelora se nevica o se plora / dell’inverno semo fora; / ma se c’è sole e tira vento / dell’inverno semo dentro.

Ci sono altri detti che, pur facendo riferimento al possibe cambio della stagione, introducono elementi del mondo animale. L’orso, affacciandosi dalla tana il due di febbraio, se vede il cielo nuvoloso fa tre salti di gioia perché l’inverno è finito; se il cielo è sereno si ritira nella sua tana perché si avranno altri quaranta giorni invernali. Invece dell’orso si può trovare il lupo:

- Di la Candilora lu lupu la capanda si pripara (cioè farà ancora freddo).

- Se la Cannilora è chiara, lu lupu la capanna se la pripara.

Non mancano gli uccelli: De la Cannilora ogni ceddhru (uccello) se ‘ndova (si prepara il nido); e le galline : De la Cannilora ogni caddhrina (gallina) se rinnova, se nu s’aje rinnovata, o è vecchia o è malata.

Questo detto proverbiale calabrese – Pa candelora u lanutu (il lupo) nesci fora / pe quaranta jiorna ancora- ha dato luogo in passato a una particolare interpretazione: “sotto questo nome (u lanutu)  si raffiguri un vecchio dalla folta barba, vestito di pelli, che ricorda il latino Mamurio Veturio, rappresentante del mese di marzo, principio dell’anno nuovo ( per gli antichi latini) e termine del vecchio. Al popolo che s’affaccia a salutare il sorgere del giorno della Candelora, col motto: “Fuori, fuori, il verno è fuori!”, il vecchio risponde:” Fuora o non fuora, quaranta giorni vi sono ancora”.

Qualcosa di analogo, sempre in riferimento al risveglio della vegetazione per l’approssimarsi della primavera, è raccontato dal Frazer in “Il ramo d’oro” con riferimento alla Scozia:” La notte prima della Candelora si usa di fare un letto di frumento e fieno con dei lenzuoli sopra, in una parte della casa vicino alla porta. Quando è pronto, una persona esce e grida tre volte…”Brigida, Brigida, vieni in casa! Il letto è pronto”. Vicino ad esso si lasciano per tutta la notte una o più candele accese”.

La Candelora in Irpinia.

Anche nei paesi della provincia di Avellino si riscontra una messe di detti proverbiali con riferimento alla Candelora. Interessante è quello attestato a Castelbaronia (Avellino) : A Cannelora, o jocca o chiove / viernu è già fore. / Respunnivu la atta [lla gatta]: / Vierno è nzin’ a san Marco! / Lu viecchio azànno lo ìreto [sollevando il dito]: / Viernu nu’ passa si nu’ bbene [viene] san Vito. / La janara [la strega] fece sta citto tutti: / None [no!], vierno è nzino a ca rura [fino a che dura ].

Il motivo del prolungarsi dell’inverno fino ad aprile (il 25 del mese è la festa di san Marco) o a giugno (festa di san Vito) è comune a tanti altri detti proverbiali; anche se nel caso di Castelbaronia la trovata finale sembrerebbe mettere tutti d’accordo, con un poco di buon senso.

a Montevergine.

Il santuario mariano per eccellenza nella nostra provincia è quello di Montevergine. Si sa che per la festa di agosto, l’Assunzione, e quelle di settembre, Natività e Nome di Maria, affluiscono e affluivano moltissimi fedeli sul monte della Vergine; ma anche per le altre festività religiose si avevano pellegrinaggi di fedeli. Per cui si può a ragione pensare che il giorno della Candeloro, in cui si commemorava la purificazione della Vergine, i fedeli si recassero sul monte. E nel passato, quando non c’era la comoda strada di oggi, era arduo d’inverno “arrampicarsi” fino al santuario. La Candelora di Montevergine è assurta agli onori della cronaca per l’allontanamento dal tempio di fedeli troppo chiassosi, i così detti "femmenielli" che annualmente si recano in questo giorno al santuario.

Giovanni Mongelli, che ha lasciato una monumentale storia di Montevergine, riporta qualche testimonianza molto interessante sul pellegrinaggio in generale: “Il cardinale Gian Pietro Carafa (Regesto dei Documenti n. 4924 del 17 luglio 1545) ci parla di turbe di fedeli  che a turme sia dalla provincia napoletana che dalle remote parti della terra si recano a Montevergine in ogni tempo dell’anno, ma soprattutto nella festività della SS. Vergine”. Lo studioso verginiano riporta ancora un passo di Vincenzo Verace, che nel 1575 attesta lo stesso con le espressioni più entusiastiche e come testimone oculare di quello che afferma:” Lascio di dire la frequenza grande, che giornalmente v’è d’ogni qualità di persone delle quali infiniti ignudi, altri scalzi, e molti con la lingua per terra vengono dalla porta del monasterio insino all’altare di questa santissima Imagine, dove si spargono infinite lagrime, e si sentono gran sospiri da ciascuno, rendendo gratie alla Regina del Cielo dei benefici ricevuti”. Mancano, però, dei riferimenti particolari alla festa della Candelora nei suoi aspetti folclorici.

Altre usanze

Candele, pronostici metereologici non erano le sole prerogative della festa.  A Mirabella Eclano (Avellino) il due di febbraio si celebra la festa della Madonna del Latte, di cui si venera una reliquia custodita nella cappella omonima della chiesa madre. Nicola Gambino, che ha studiato la storia e la cultura della chiesa eclanese, mette in relazione il culto del mirabellani per la Madonna del Latte con l’intercessione chiesta alla Vergine per le numerose catastrofi che la città irpina ha subito nel corso dei secoli, in particolare, per l’età moderna, l’eruzione del Vesuvo del 1631, la peste del 1656 il terremoto del 1732.

A ben osservare  la nascita dei culti ha motivazioni più profonde,  dietro di essi ci sono  meditazioni teologiche sottili e scontri dottrinali. E in quanto a speculazione teologica Mirabella Eclano vanta un primato, quello di essere stata la città del vescovo Giuliano pugnace antagonista di Agostino.

 “Il peculiare rapporto di Maria –scrive Vittorino Grossi nel suo lavoro sulla spiritualità dei Padri latini- con il mistero del Figlio, nutrimento dell’uomo, fece sviluppare il binomio Maria-Chiesa. Era stato Clemente di Alessandria (metà sec. II- 215 circa) il primo ad intuire in profondità tale rapporto. Egli ha lasciato scritto:” Tutte le donne che divengono madri danno il latte…Una sola è la madre-vergine, a me piace chiamarla  Chiesa…è vergine e madre insieme…ella chiama a sé i figli e li nutre con il latte, cioè con il Verbo fatto bambino”.

Mirabella Eclano sostituisce il biancore delle candele con quello del latte, rendendo così più mariana la festa. Influenzata dalla cristianità orientale, si pensi alla Galaktotrophousa delle icone bizantine, nel secolo XIV la venerazione per la Madonna del Latte in Italia ebbe larga diffusione.”Nel napoletano –scrive don Nicola Gambino- una tale tipologia sopravvisse per qualche secolo. Quindi la denominazione di Madonna del Latte è anteriore alle cosiddette reliquie del latte della Madona che successivamente si sono volute accreditare alla massa popolare che “preferiece vedere e toccare” per stabilire un rapporto amicale con i santi ed assicurarsene la protezione. A Mirabella fu fatta costruire solo in seguito, nel 1674, una statuina in argento appositamente modellata per contenere la cosiddetta reliquia”.

Nella chiesa dedicata alla Madonna delle Grazie, nella contrada omonima di Mirabella Eclano, “l’immagine della Madonna del Latte della cappella della chiesa madre ha sostituito quella che c’era in precedenza. Anzi dopo il terremoto del 1732 l’immagine su tela al centro del soffitto di Madonna delle Grazie è soltanto una copia della statua lignea della Madonna del latte di Mirabella”. (N. Gambino, La chiesa di Madonna delle Grazie, postumo 2001).

Venerazione particolare hanno i mirabellani per la loro Madonna; per abbellire la sua cappela spesero 114 ducati nel 1753, commissionando all’artista napoletano Felice Palmieri “una medaglia scolpita in marmo di rilievo, dimostrante l’effigie della Beata Vergine del Sacro Latte” (P. Di Fronzo, L’arte sacra in Alta Irpinia, vol. I 1997).

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06/07/2007

La sacra rappresentazione di Greci

Greci è un delizioso comune della provincia di Avellino, dove  gli abitanti  parlano una lingua  del tutto incomprensibile per il visitatore proveniente da altri paesi. La comunità grecese, infatti, è un'isola linguistica ove si parla la lingua albanese, alquanto arcaica. 

La comunità di Greci è la diretta discendente, se così si può dire, di quel gruppo di albanesi che nella seconda metà del XV secolo dal paese di origine giunse anche in Irpinia al seguito di Giorgio Castriota, detto Scanderbeg. Questo eroe popolare albanese, figlio di Giovanni Castriota principe di Croia nell'Albania settentrionale e della principessa serba Voisava (quando si dice :erano altri tempi!), trovò un valido aiuto nel re di Napoli nella sua incessante lotta contro i Turchi, che avevano occupato la penisola balcanica. Egli nel 1459 venne in Italia a combattere per Ferdinando d'Aragona contro Giovanni d'Angiò, ricevendo come ricompensa alcuni territori in Puglia e anche nell' Irpinia.
Il 25 agosto di ogni anno a Greci, che è riuscita per secoli a salvaguardare il suo patrimonio linguistico e culturale, si festeggia San Bartolomeo. L'antica chiesa del santo patrono fu demolita ,perché pericolante, nella seconda metà del XVII secolo; ma ne fu costruita una nuova  solennemente consacrata dal cardinale Orsini, arcivescovo di Benevento, nel 1704.
In onore del santo oltre alla festa, quella per intenderci delle luminarie della banda della processione e delle bancarelle, i grecesi organizzavano anche un dramma sacro,  una sorta di sacra rappresentazione con improvvisati attori del paese. Questo fatto faceva alquanto indispettire Gerardo Conforti, sacerdote grecese, il quale nella sua monografia sul paese edita nel 1922 ce ne dà una dettagliata descrizione.
"A divozione, ed io sarei per dire, a profanazione quasi della festa di Bartolomeo, i grecesi, ogni anno, il dì 25 agosto, in cui festeggiano appunto questo loro santo Patrono, sogliono rappresentare una specie di dramma...sacro, riproducendo la decorticazione di S. Bartolomeo. Nel colmo della festa, mentre le campane suonano a distesa, e la processione preceduta dalle confraternite e dal clero, seguita dalle musiche e dal popolo, che eleva al cielo i soliti canti melanconici e soavi, quasi fuori dell'abitato, su di un palco che si erige dinanzi al muro laterale della chiesa del Caroseno, al cospetto di tutti i grecesi e dei molti forestieri che accorrono appositamente per godersi lo spettacolo della decorticazione, si svolge l'azione più comica che drammatica, e molto poco sacra, del martirio del santo apostolo. Un uomo, vestito di una lunga tunica, per lo più di color roseo, rappresenta o dovrebbe rappresentare l'apostolo dell'Armenia, che è destinato ad essere di nuovo decorticato. Una turba di giovanotti, attori improvvisati, vestiti da giudei, parte a cavallo e parte a piedi, coperti con elmi di... cartone, e portanti nei fianchi delle scimitarre, ed armati semplicemente di lance...di legno dorato, sono gli sgherri che debbono rinnovare l'orrendo delitto contro l'apostolo di Cristo. E siffatta azione sacra la si compie proprio sotto gli occhi della statua di S. Bartolomeo, alla presenza dei sacerdoti indossanti i loro sacri paramenti, dinanzi alle confraternite, vestite anch'esse coi loro camici, con le loro mozzette, con le loro sciarpe. E lo spettacolo si chiude con un duello...incruento, nel quale cade trafitto, per mano fraterna, Astiage, usurpatore del trono di Armenia. Durante tutto lo svolgimento del dramma che dura più di un'ora, la statua del santo apostolo, le statue degli altri santi, i sacerdoti, le confraternite e tutta la popolazione grecese, sono obbligati a stare là, immobili, dinanzi al palco, esposti ai raggi del sole che brucia.
Io non so che cosa dirà il santo apostolo, dal suo seggio di gloria, più che dalla sua effigie di legno, per questo modo così bizzarro, che usano i grecesi, per testimoniargli la loro devozione. Egli ,certo, sebbene nativo di oriente, non sarà per accoglierla, essendo essa innanzi tutto un semplice parto di fantasia...albanese. Per me, quindi, considerando che la decorticazione, come la si rappresenta, più che sacra, è un'azione di curiosità e di divertimento, sarei di parere che la medesima si trasportasse nel dopo pranzo, nelle ore cioè, in cui la popolazione esce fuori il largo del Caroseno, per godersi lo spettacolo delle corse. In quelle ore, insieme agli altri divertimenti, la curiosa devozione dei grecesi, godendosi anche lo spettacolo della decorticazione, resterebbe ugualmente appagata".
Con molta probabilità gli attori del dramma sacro recitavano, fino ai primi anni del Novecento, un testo letterario antico che a noi non è pervenuto; abbiamo, però, il dramma tragico lirico, la definizione è dell'autore, di Luigi Lauda abate grecese che nel 1913 diede alle stampe "Il Martire dell'Armenia o San Bartolomeo Apostolo" in cinque atti e in lingua italiana. L'opera fu ristampata negli Stati Uniti a cura della Società di S. Bartolomeo di New York nel 1941. 

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20/06/2007

La notte di San Giovanni

Si festeggiava un poco dappertutto in Europa la notte di San Giovanni, la notte più breve dell’anno o del solstizio d’estate. Il 24 giugno potrebbe ben definirsi una festa “europea” in onore del santo fatto decapitare da Erode Antipa al tempo  di Gesù. La diffusione del culto di San Giovanni Battista è dovuta anche alla tradizione antica, che sulla scorta di passi del Vangelo di San Luca, ne aveva fatto un uomo pervaso dallo Spirito Santo sin dalla nascita.

Le feste di mezz’estate, come le definì James G. Frazer nel suo Il Ramo d’oro, 1922, “fiorirono in tutto questo lato del mondo, dall’Irlanda alla Russia, dalla Svezia e la Norvegia fino alla Spagna e alla Grecia. Secondo un autore medievale i tre caratteri importanti della celebrazione di mezz’estate erano i falò, le processioni per i campi con le torce accese, e l’uso di far ruzzolare una ruota”.

Altre  usanze  si sono conservate ,almeno fino a non molto tempo fa, in molti paesi del Mezzogiorno e nella provincia di Avellino in particolare.

Tutti sanno che per fare il nocillo o nocino, che dir si voglia, bisogna cogliere le noci il giorno di S. Giovanni. Così questo ottimo digestivo casareccio è legato alla festività del Santo. Anche gli alberi di noce venivano legati  intorno al tronco dai contadini  con spighe di grano per assicurarsi un buon raccolto.

Alcuni detti popolari si riferiscono alla stagione della mietitura che inizia a fine giugno, almeno nell’avellinese: San Gioanne, fauce nganne [San Giovanni, la falce al collo,  era costume dei contadini portare la falce sulla spalla].

Nei paesi dell'Irpinia anche le relazioni sociali erano influenzate dal Santo. Si chiamava “compare di S. Giovanni” il padrino del primo figlio. Con la speranza di avere un buon marito, le ragazze chiedevano : San Gioanne, San Gioanne che sciorte me manne? [S. Giovanni, S. Giovanni che buona sorte mi mandi?].

La preghiera per trovare un buon marito nel passato sconfinava in forme di superstizione tanto che il Cardinale di Benevento, Vincenzo Maria Orsini, futuro papa Benedetto XIII, nel primo Settecento tuonava contro le diffuse superstizioni dei  fedeli della sua diocesi. In particolare contro quella del cardo di San Giovanni.

Nella notte tra il 23 e il 24 giugno,  le giovanette in attesa di marito e anche donne più in là con gli anni ma che  speravano ancora di trovarne uno, andavano nei campi e sradicavano un cardo e lo deponevano sul davanzale della finestra. Al mattino, andavano con grande trepidazione ad osservarlo. Il cardo era fiorito? Buon segno! Voleva dire che il marito sicuramente si sarebbe trovato. Il cardo era invece appassito?  Voleva dire che bisognava rassegnarsi   perché lo sposo non ci sarebbe stato.

 

22:00 Scritto da: manphry in folklore | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook