22/11/2009
Il borgo dei filosofi 2
E' terminata la quarta edizione de “Il borgo dei filosofi”. Per una settimana ad Avellino si sono avvicendati sotto la tenda, posta nella strada principale della città, esponenti della filosofia italiana ed europea. E così il corso Vittorio Emanuele, quello delle lunghe passeggiate, è diventato anche “la strada della filosofia”. Che la manifestazione abbia suscitato interesse è un fatto importante; e non solamente per la presenza degli studenti delle scuole secondarie della città e della provincia. Almeno questa volta disertare le aule scolastiche per una lezione di filosofia “nella strada” è valsa la pena.
Il prof. Achille La Verde, scomparso da alcuni anni, mi diceva che un prof. del liceo classico Vittorio Emanuele di Napoli, il prof. Sannia, era solito leggere La Divina Commedia ai suoi alunni davanti la scuola, nella strada, con la gente che si fermava ed ascoltava la lezione. Ma non era così nell’antichità classica?
Naturalmente il richiamo che può esercitare un cantante di grido quando si esibisce durante le feste patronali, non è lo stesso del filosofo che tiene una lezione magistrale. Ogni cosa a suo tempo e luogo. Sarebbe un esercizio fuorviante, quello dei confronti tra cose dissimili. Credo che sia opportuno ripetere le parole che scriveva Carlo Nazzaro a proposito dell’Ofanto, fiume famosissimo ma povero di acqua: “In un giorno di magra, lo troverò forse asciutto, appena un serpentello tra i sassi, ma è forse meno vistoso del Clitumno? La poesia non si misura a metri cubi d’acqua”. Anche la filosofia come la poesia non si misura dal numero degli spettatori o dall’audience ad una lezione o una conferenza di un grande filosofo, come se fosse uno spettacolo televisivo.
Auguriamoci che i due animatori e ideatori della manifestazione, i professori Francesco Saverio Festa e Angelo Antonio Di Gregorio, preparino e realizzino il prossimo appuntamento, il quinto, de “Il borgo dei Filosofi”, su tematiche altrettanto affascinanti e importanti come quelle proposte nella scorsa settimana.
Se la filosofia scende in strada, c’è movimento anche nella scuola, perché la riforma della secondaria è pronta per il decollo, o quasi. Sulla prima lettura del regolamento che istituisce i nuovi indirizzi di studi, il ministero, in questo mese di novembre, vuole ascoltare dalla viva voce dei dirigenti scolastici le loro idee sulla importante materia organizzando seminari nazionali di approfondimento culturale. Si è cominciato due giorni fa con l’incontro di Bologna sul nuovo Liceo delle Scienze Umane. Naturalmente sono emerse opinioni diverse su questo o quel punto, su aspetti qualificanti o sui tempi di attuazione della riforma. Su una cosa tutti hanno concordato: la riduzione delle materie di insegnamento e il cumulo orario delle ore settimanali di lezione.
Attualmente molte scuole italiane attuano i programmi Brocca, così detti dal nome del sottosegretario alla Pubblica Istruzione che li propose. Sembrava che con quella sperimentazione di programmi innovativi, la scuola italiana potesse imboccare la strada della riforma. Si pensò di dare agli alunni più opportunità di studio con l’introduzione di materie nuove e rispondenti alle esigenze della moderna società. Una quantità di materie a dir poco esuberante e un carico di lavoro che teneva impegnati gli studenti in classe per trentaquattro e più ore settimanali. Si era riusciti a dare a tutti qualcosa; la pluralità di materie metteva tutti d’accordo; ma i risultati.. E poteva accadere, in passato, che in qualche classe i docenti erano di numero superiore a quello degli alunni.
Cosa potrà succedere per la riforma che si avvierà a settembre del prossimo anno (ma già a febbraio i genitori iscriveranno i loro figli alla classe prima dei nuovi corsi di studio) lo diranno i fatti. Che si discuta, che ci siano idee e proposte diverse è un fatto positivo. Il guaio sarebbe se ci fosse accordo e unanimità, perché questo starebbe a significare o che le proposte sono di una lapalissiana evidenza o che sono frutto di ripartizione “tra i saperi”, cosa che richiama tanto altre pratiche in un passato non troppo remoto nella politica del nostro paese.
Forse dovremmo anche nella scuola prendere esempio dal borgo dei filosofi ( ma ci vorrebbe una tenda di proporzioni smisurate per metterci sotto una Scuola) : abbandonare per qualche giorno, di tanto in tanto, le stabili mura degli edifici scolastici e ritrovarsi tra la gente e far sentire a tutti quelli, che hanno voglia e interesse la voce, di docenti e alunni nell’esercizio del loro lavoro quotidiano.
19:29 Scritto da: manphry in Filosofia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
Facebook
Il borgo dei filosofi
La settimana 16-21 novembre 2009 sarà all’insegna della filosofia. Ad Avellino, infatti, si svolgerà l’attesa manifestazione “Il borgo dei filosofi”, che per il quarto anno consecutivo i professori Angelo Antonio Di Gregorio e Francesco Saverio Festa organizzano nella nostra provincia.
Non saprei dire perché sia stato scelto il nome “Il Borgo dei filosofi” per questa lodevole e interessante iniziativa, nata in seno alla Comunità Montana Terminio-Cervialto ma, per quest’anno, trasferita nella città capoluogo.
Quel sostantivo “borgo” mi incuriosisce, perché a scuola ci hanno parlato di piazze e di fori, di peripati e di accademie luoghi deputati per dispute e colloqui filosofici. Il borgo richiama alla mente i versi di Leopardi, ed è un nome che ha un vago senso romantico.
Burgus nel Glossarium del Du Cange viene definito “piccolo castello” e l’ uso di indicare in questo modo una torre o un piccolo castello dalla regione del Reno si stese nel mondo romano fino alla penisola Iberica. Un sostantivo possiamo dire pan-romanzo, ma che non si trova nel sardo e nel rumeno. Sembra che esso derivi dal greco pyrhgos.
Nella bassa latinità il burgus era la fortificazione lungo la frontiera. Isidoro di Siviglia nelle sue Etimologie scrive a proposito dei Burgundi “furono posti un tempo da Tiberio Cesare lungo la linea di confine degli accampamenti: per questo presero il nome di Burgundi in quanto i piccoli insediamenti posti in gran numero lungo i confini sono comunemente chiamati borghi”.
Nella Divina Commedia (Paradiso XVI 134) Borgo è un quartiere di Firenze. Nel medioevo in Italia il sostantivo indicava un quartiere cittadino sorto al di fuori della cinta muraria più antica. Oggi poi esso è un “centro abitato di una certa grandezza e importanza” (S. Battaglia, GDLI).
Nei paesi di lingua tedesca il sindaco della città si chiama “borgomastro” cioè borgo-maestro, nome che non dispiacque al nostro Machiavelli, che per primo ne fece uso da noi.
I promotori dell’importante meeting filosofico avrebbero potuto scegliere, per dare ad esso un titolo, ricorrendo alle antiche forme di insediamento nel territorio irpino, come vicus et castellum et pagus, che secondo Isidoro sarebbero così chiamati: il primo “in quanto formato unicamente da case, ovvero perché possiede soltanto vie senza mura. Si tratta infatti propriamente di un agglomerato di case privo della difesa di una cinta muraria, sebbene siano detti vici anche gli edifici di una città”; il secondo perché “ cittadina fortificata situata a grande altura, quasi a dire casa alta; il terzo perché “luogo adatto alla costruzione di case per chi abita in campagna”.
Sebbene molto comune nella nostra provincia, “castello” non sarebbe stato nome opportuno per una manifestazione filosofica. Il castello, infatti, è una costruzione fortificata, eretta a scopo di difesa, e posta in posizione dominante rispetto al restante territorio. Non solo, ma ancora più deleterio il significato figurato del sostantivo: un “castello di carte” in senso figurato significa anche argomentazione inconsistente, qualcosa di simile a “castelli di Spagna” vale a dire fantasticherie; si fa ricorso al “letto a castello” nell’arredamento di una casa quando gli spazi sono limitati. Per finire a un poco simpatico denominale da castrum-castello, il verbo castrare che in origine significava tagliare. Col significato di tagliare nella terminologia contadina troviamo il verbo castrare in autori del XIII secolo(Salimbene 1221-1288): castanea castrata, erano le castagne tagliate trasversalmente per non farle scoppiare quando si arrostivano.
Il Codice di Giustiniano raccomandava di costruire il borgo tra la città e la sorgente d’acqua per l’approvvigionamento; e lì piantare le armi per difendere l’acqua dai nemici. Prima dell’invasione dei Vandali i Romani custodivano i confini con torri e borghi.
Chissà se “Il borgo dei filosofi” non rappresenti un piccolo presidio posto a difesa non dei confini di un impero che non c’è, ma della civiltà nostra che non vuole perdere il senso della sua storia.
19:28 Scritto da: manphry in Filosofia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
Facebook
15/11/2009
eventi
La settimana prossima (16-21 novembre 2009) sarà all’insegna della filosofia. Ad Avellino, infatti, si svolgerà l’attesa manifestazione “Il borgo dei filosofi”, che per il quarto anno consecutivo i professori Angelo Antonio Di Gregorio e Francesco Saverio Festa organizzano nella provincia irpina.
Non saprei dire perché sia stato scelto il nome “Il Borgo dei filosofi” per questa lodevole e interessante iniziativa, nata in seno alla Comunità Montana Terminio-Cervialto, ma, per quest’anno, trasferita nella città capoluogo.
Quel sostantivo “borgo” mi incuriosisce, perché a scuola ci hanno parlato di piazze e di fori, di peripati e di accademie luoghi deputati per dispute e colloqui filosofici. Il borgo richiama alla mente i versi di Leopardi, ed è un nome che ha un vago senso romantico.
Burgus nel Glossarium del Du Cange viene definito “piccolo castello” e l’ uso di indicare in questo modo una torre o un piccolo castello dalla regione del Reno si stese nel mondo romano fino alla penisola Iberica. Un sostantivo possiamo dire pan-romanzo, ma che non si trova nel sardo e nel rumeno. Sembra che esso derivi dal greco pyrhgos.
Nella bassa latinità il burgus era la fortificazione lungo la frontiera. Isidoro di Siviglia nelle sue Etimologie scrive a proposito dei Burgundi “furono posti un tempo da Tiberio Cesare lungo la linea di confine degli accampamenti: per questo presero il nome di Burgundi in quanto i piccoli insediamenti posti in gran numero lungo i confini sono comunemente chiamati borghi”.
Nella Divina Commedia (Paradiso XVI 134) Borgo è un quartiere di Firenze. Nel medioevo in Italia il sostantivo indicava un quartiere cittadino sorto al di fuori della cinta muraria più antica. Oggi poi esso è un “centro abitato di una certa grandezza e importanza” (S. Battaglia, GDLI).
Nei paesi di lingua tedesca il sindaco della città si chiama “borgomastro” cioè borgo-maestro, nome che non dispiacque al nostro Machiavelli, che per primo ne fece uso da noi.
I promotori dell’importante meeting filosofico avrebbero potuto scegliere, per dare ad esso un titolo, ricorrendo alle antiche forme di insediamento nel territorio irpino, come vicus et castellum et pagus, che secondo Isidoro sarebbero così chiamati: il primo “in quanto formato unicamente da case, ovvero perché possiede soltanto vie senza mura. Si tratta infatti propriamente di un agglomerato di case privo della difesa di una cinta muraria, sebbene siano detti vici anche gli edifici di una città”; il secondo perché “ cittadina fortificata situata a grande altura, quasi a dire casa alta; il terzo perché “luogo adatto alla costruzione di case per chi abita in campagna”.
Sebbene molto comune nella nostra provincia, “castello” non sarebbe stato nome opportuno per una manifestazione filosofica. Il castello, infatti, è una costruzione fortificata, eretta a scopo di difesa, e posta in posizione dominante rispetto al restante territorio. Non solo, ma ancora più deleterio il significato figurato del sostantivo: un “castello di carte” in senso figurato significa anche argomentazione inconsistente, qualcosa di simile a “castelli di Spagna” vale a dire fantasticherie; si fa ricorso al “letto a castello” nell’arredamento di una casa quando gli spazi sono limitati. Per finire a un poco simpatico denominale da castrum-castello, il verbo castrare che in origine significava tagliare. Col significato di tagliare nella terminologia contadina troviamo il verbo castrare in autori del XIII secolo(Salimbene 1221-1288): castanea castrata, erano le castagne tagliate trasversalmente per non farle scoppiare quando si arrostivano.
Il Codice di Giustiniano raccomandava di costruire il borgo tra la città e la sorgente d’acqua per l’approvvigionamento; e lì piantare le armi per difendere l’acqua dai nemici. Prima dell’invasione dei Vandali i Romani custodivano i confini con torri e borghi.
Chissà se “Il borgo dei filosofi” non rappresenti un piccolo presidio posto a difesa non dei confini di un impero che non c’è, ma della civiltà nostra che non vuole perdere il senso della sua storia.
19:20 Scritto da: manphry in Filosofia | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | OKNOtizie |
Facebook
