15/05/2008
Cavalli irpini
Quando si vuole indicare una persona che eccelle in qualche attività si suole dire che è “di razza”, senza per questo voler fare una discriminazione di carattere razziale. Per i cavalli, poi, essere di razza è una qualità di cui menare vanto.
Un suggerimento disatteso.
Chi l’avrebbe mai detto che in età romana gli Hirpini erano anche degli ottimi allevatori di cavalli, tenuto conto che il territorio non sembra proprio prestarsi a questo tipo di allevamento. Ne parlò
nel 1968 sulla rivista Hirpinia Gerardo Bianco in un articolo intitolato proprio “I cavalli irpini”. Peccato che i suoi suggerimenti bibliografici non siano stati successivamente utilizzati per approfondire aspetti della storia antica di questa provincia campana.
Allevatori di cavalli erano gli Avilli; una famiglia originaria della Sabina, ma che è attestata anche nell' Irpinia come dimostra l’epigrafe su un’edicola funeraria del I secolo a . C. ritrovata a Cassano Irpino:
M(arcus) Avillius Maxs/imus(!) Caesianus / [3 Av]ill(io) Acoristo fratri/bus Caresia C(ai) l(iberta) mat(er). AE 1997, 00382.
Una famiglia intraprendente.
Il nome di questa famiglia si trova anche in altre parti d’Italia. In Valle d’Aosta, per esempio, dove il villaggio di Pont d'Aël , in Val di Cogne, sulla riva destra del torrente Grand' Eyvia, si trova nelle immediate vicinanze di un ponte-acquedotto di età romana: una grandiosa opera in muratura e blocchi di pietra da taglio, alta 56 m. circa dal livello del corso d'acqua, per una lunghezza che supera i 50 m.; un'iscrizione collocata sul fronte nord consente la sua datazione all'anno 3 a. C. e ne ricorda il promotore e proprietario, un Caius Avillius Caimus Patavinus (originario di Padova).
In Basilicata si vuole che il comune di Avigliano derivi il suo nome dal genitilizio latino Avillius, vale a dire dal nome di una famiglia localmente eminente. In buona sostanza gli Avilli erano intraprendenti imprenditori nelle attività minerarie, si veda l’iscrizione di Pondel in Val di Cogne, o proprietari terrieri, se il prediale Avigliano in Basilicata è da ricondurre al gentilizio Avillius.
Nel museo di Pula (Cagliari) una coppa ( rep. 140949) proveniente dalla Necropoli di Nova Istmo S. Efisio con decorazione a bacellature è del ceramista aretino L. Avillius. Un altro Avillio di Larino, ma non certamente un imprenditore, troviamo nell’orazione di Cicerone “Pro Cluentio” (XIII, 36): Fuit Avillius quidam Larino perdita nequitia et summa egestate, arte quadam praeditus ad libidines adulescentulorum excitandas accommodata: qui ut se blanditiis et adsentationibus in Asuvi consuetudinem penitus immersit, Oppianicus continuo sperare coepit hoc se Avillio tanquam aliqua machina admota capere Asuvi adulescentiam et fortunas eius patrias expugnare posse.
Nel 66 a.C. una fosca vicenda scuote Roma: Oppianico il giovane, figlio del defunto Stazio Albio Oppianico e di Sassia, accusa Cluenzio Abito - figlio di primo letto della donna e quindi figliastro di Oppianico - di aver avvelenato il patrigno per vendicarsi di un analogo tentativo che il patrigno stesso avrebbe compiuto ai suoi danni. Si scopre così la lunga catena di delitti commessi da Oppianico il vecchio per interesse e la corruzione dei magistrati che lo avevano assolto in un precedente processo intentatogli da Cluenzio.
E potremmo continuare la ricerca scoprendo altri Avillius, sparsi un poco per l’Italia tutta. Ma ritorniamo agli Avilli di casa nostra. Perché c’è qualcosa che riconduce questi imprenditori all’allevamento di pregiate razze equine.
Febbre da cavallo.
In una epigrafe di Roma il nome di un Avillius compare insieme con quello di un famoso cavallo, che nelle corse del circo aveva riportato un sacco di vittorie e aveva entusiasmato migliaia di spettatori:
Aquilo n(iger) k() Aqui/lonis vicit CXXX / secund(as) tul(it) / LXXXVIII / ter(tias) / tul(it) / XXX/VII // Hirpinus n(iger) Aqui/lonis vicit CXIIII / secundas tulit / LVI tert(ias) tul(it) / XXXVI // D(is) M(anibus) / Claudia Helice / fec(it) L(ucio) Avill(io) Dionysio / cond(itori) gr(egis) russatae / coniug(i) dignissi(mo). CIL 06, 10069Guarda caso uno dei due cavalli menzionati nell’epigrafe porta il nome di Hirpinus. E questa signora Claudia Helice ricorda i cavalli insieme con il marito defunto che della squadra dei Rossi era stato il fondatore o, potremmo dire con riferimento al nostro tempo, lo sponsor ufficiale.
Ma il nome degli Avilli, legato alle corse dei cavalli, compare in altre epigrafi di Roma:
D(is) M(anibus) / L(ucio) Avilio Galatae / fact(ione) russ(ata) lib(erto) item / Iuliae C(ai) lib(ertae) Ampliatae / C(aius) Iulius Primus / patronae b(ene) m(erenti) f(ecit) / sibi posterisq(ue) / suorum. CIL 06, 10077.
E con riferimento, molto probabilmente, alla squadra dei Rossi un altro Avillius:
Imp(eratore) [[[Domitiano]]] Aug(usto) / Germanico XV / M(arco) Cocceio Nerva II co(n)s(ulibus) / Thallus Agitator L(uci) Avilli Plantae ser(vus) / dominum Silvanum de suo / posuit item dedicavit.
Un fantino dimenticato
Raimondo Guarini trascrive una epigrafe trovata a Frigento, ma che non venne accolta nel CIL forse perché considerata spuria, in cui viene nominato non un cavallo ma un fantino:
C. Cepedio Nigerio / Aufustiano / Invicto Aurigatori / In faction varis plu / ries agitato semper / victori ab imp Domi / tiano Aug Caes plu / ries coronato pre / misqu III aucto p.s. / vix ann LXIV M III / Lucilia Apulleia uxor / mar b m fe.
Nella traduzione italiana, l’epigrafe così suona: A Caio Nigerio Aufustiano, auriga invitto. Corse con varie scuderie più volte e sempre da vincitore. Fu più volte coronato dall’imperatore Domiziano Augusto Cesare e per tre volte ricevé il premio e una gratificazione in denaro dallo stesso imperatore. Visse 64 anni e 3 mesi. La moglie Lucilia Apuleia eresse questo sepolcro al marito che ha ben meritato.Una carriera brillante, quella del nostro fantino. Ma sulla sua presenza nel territorio irpino Nicola Gambino si poneva delle domande: “Originario o no dell’Irpinia perché ha preferito lavorare in questa terra? Molte volte gli atleti che hanno raggiunto un buon livello di notorietà quando lasciano il campo si dedicano ad attività collaterali: allenatori, manager, ecc. Non avrà fatto una cosa del genere il nostro Caio Cepidio? E quale altra attività poteva scegliere se non l’allevamento razionale o il commercio dei cavalli irpini?”.
I cavalli irpini.
Allevamento e commercio nelle tenute degli Avilli, perché i cavalli irpini avevano raggiunto una notevole notorietà, tanto che Giovenale nella Satira VIII, 57-61 scrive:
dic mihi, Teucrorum proles, animalia muta / quis generosa putet nisi fortia. nempe uolucrem /
sic laudamus equum, facili cui plurima palma / feruet et exultat rauco uictoria circo; / nobilis hic, quocumque uenit de gramine, cuius / clara fuga ante alios et primus in aequore puluis. / sed uenale pecus Coryphaei posteritas et / Hirpini, si rara iugo uictoria sedit.
Così noi tessiamo le lodi del cavallo veloce come un uccello, delle cui vittorie facilmente acquisite si entusiasma ed esulta il circo; esso è nobile, da qualunque pastura provenga, distanzia tutti gli altri con una corsa brillante e per primo fa volare la polvere della pista; gli altri invece, quelle rare volte che la vittoria arride loro, lodano la razza e i cavalli irpini.
Panem et circenses.
I Romani andavano pazzi per i “ludi” e ne avevano per tutti i gusti: nel circo si svolgevano i “ludi circenses” e “gladiatorii, in teatri stabili o posticci quelli “scaenici “ o “theatrales”, nelle pubbliche piazze i “ludi compitalicii”. Ogni occasione era buona per organizzare uno spettacolo; in 65 giorni nell’anno, quelli delle festività fisse, si celebravano “ludi”; poi c’erano le festività mobili, i compleanni, l’anniversario dell’elezione a qualche carica pubblica ecc. E’ stato calcolato che nel IV secolo d. C. il popolo romano aveva la possibilità di essere spettatore di “ludi” per 175 giorni in un anno. Un numero eccessivo di feste? Forse. Un confronto con i nostri giorni : proviamo a sommare tutte le feste, le sagre ecc. che si svolgono in un anno nei nostri paesi!
Come allevare cavalli vincitori.
Si può pensare che la selezione e l’allevamento dei cavalli da corsa si facesse a quei tempi secondo criteri e metodi simili a quelli che si praticano ai nostri giorni. Lo scrittore Columella, originario della città di Cadice, e contemporaneo di Seneca, nel suo trattato De re rustica a proposito degli animali equini così scrive:
Quod ipsum tripartito dividitur. Est enim generosa materies, quae circo sacrisque certaminibus equos praebet. Est mularis, quae pretio foetus sui comparatur generoso. Est et vulgaris, quae mediocres feminas maresque progenerat.
La razza equina si divide in tre categorie: c'è difatti la razza nobile che fornisce i cavalli per il circo e le competizioni sacre; c'è la specie mulina che gli è comparabile per la generosa sua prole; c'è la specie comune che produce delle femmine e dei maschi ordinari.
E aproposito dell’allevamento aggiunge: Generosam convenit alternis continere, quo firmior pullus lacte materno laboribus certaminum praeparetur.
Una giumenta di razza deve figliare solamente un anno su due, affinché il puledro sia reso più resistente per le competizioni grazie al latte materno. (Columella, VI, 27)
Provatevi a immaginare come dovevano essere le tenute degli Avilli in territorio irpino, che se non è ricco di pianure certamente abbonda di prati e di pascoli. Nella fattoria degli Avilli si selezionavano i cavalli per renderli competitivi negli anfiteatri della penisola. Perché quelli locali (abbiamo solo l’esempio di Avella) non potevano competere per grandezza e importanza con quelli della capitale: il Circo Massimo, secondo Plinio il Vecchio, poteva contenere 225.000 spettatori.
Sempre Columella ci fornisce altre utili indicazioni sull’allevamento dei cavalli nel mondo romano:
Cum vero natus est pullus, confestim licet indolem aestimare, si hilaris, si intrepidus, si neque conspectu novae rei neque auditu terretur, si ante gregem procurrit, si lascivia et alacritate interdum et cursu certans aequales exsuperat, si fossam sine cunctatione transilit, pontem flumenque transcendit. Haec erunt honesti animi documenta.Quando il puledro è nato, bisogna farsi immediatamente un'idea della sua indole: deve essere vivace, coraggioso, non spaventarsi alla vista o al rumore di cose nuove, correre in testa alla mandria, prevalere sugli altri per la sua voglia di vivere, il suo ardore talvolta e la sua voglia di misurarsi nella corsa, saltare un fossato senza esitazione, superare un ponte ed un fiume. Ecco gli indizi di un carattere decoroso. (Columella, VI, 29).
Si cercano, infatti, i cavalli che siano adatti proprio alle competizioni circensi e a sopportare lo stress di esse. Si alleva correttamente per il suo uso personale un cavallo di due anni, ma bisogna aspettare che compia i tre anni per le competizioni, con l’accortezza di fargli sopportare la prova delle corse solo dopo il quarto anno.
Un cavallo da corsa cominciava il suo allenamento a tre anni , e si cimentava a correre nel circo a cinque anni, e da quel momento poteva aspirare poi ad una lunga carriera. Sebbene i cavalli irpini siano citati da alcuni autori latini, le razze equine più rinomate provenivano dalla Spagna e dell'Africa (come i cavalli " Getuli"). Dall’altra sponda del Mediterraneo i cavalli da competizione venivano trasportava a bordo di navi appositamente costruite, e che erano chiamate hippago.
Tifo da stadio.
Oggi non ci meravigliamo più di tanto per la passione che i tifosi mettono nel sostenere la propria squadra di calcio (non ci va giù la violenza, che è un’altra cosa), ma duemila anni fa c’era più di qualcuno che proprio non sopportava le gare di cavalli nel circo. Ecco come Plinio il Giovane si esprime in proposito in una sua famosa lettera (X, 6) : « Si svolgevano i giochi del circo ed io non sento la minima inclinazione verso questo genere di spettacoli. Non c’è nulla di nuovo, nulla che sfugga alla monotonia, nulla che non basti d’aver visto una volta sola. Perciò è tanto maggiore la mia meraviglia che tante migliaia di uomini, ridiventando fino a quel punto ragazzi, desiderino periodicamente contemplare dei cavalli al galoppo e degli aurighi piantati sui cocchi. Se poi il loro entusiasmo nascesse dalla velocità dei cavalli o dalla maestria degli aurighi, questa passione avrebbe ancora una qualche giustificazione : ora invece fanno tifo per una maglia, spasimano per una maglia e se, proprio nello svolgersi della corsa e nel cuore della competizione, questo colore passasse di là e quello venisse di qui, si scambierebbero anche l’ardore ed il tifo ed abbandonerebbero di colpo i celebri guidatori, i celebri cavalli che sogliono riconoscere da lontano e di cui non si stancano di gridare i nomi (traduzione di F. Trisoglio, Utet).
Come le squadre di calcio.
Gli spettatori, e sostenitori, nelle corse dei cavalli si dividevano in quattro squadre : la Bianca, l’Azzurra, la Verde e la Rossa o Russata. Questi erano i colori dei carri dei concorrenti e le loro casacche. Il tifo era molto simile a quello di uno stadio durante un derby di calcio tra due squadre cittadine. Le squadra più antiche erano l’Albata e la Russata a queste si aggiunsero durante l’impero le altre due la Veneta (azzurra) e la Praesina (verde). Sotto Domiziano si introdussero altre squadre di nuovi due colori, porpora e dorata ; ma la loro presenza fu di breve durata.
I sostenitori delle squadre (factiones) anche nel loro abbigliamento non facevano mancare i colori del cuore. Essi avevano i loro club, come oggi le squadre di calcio, dove si riunivano e dove preparavo le strategie da tenere nello stadio per sostenere i propri idoli, con le stravaganze che si possono immaginare. L’imperatore Caligola, dice Svetonio, era un tifoso della squadra dei Verdi e trascorreva l’intera giornata nel Campo di Marte per stare vicino ai suoi « colori ».
E così i nomi di famosi aurighi furono immortalati nel marmo e sono giunti fino a noi :
CIL VI, 10063
Dis Manibus. Muscloso agitatori factionis russeae, natione Tuscus. Vicit palmas DCLXXXII, in factione alba III, in factione prasina V, in factione veneta II, in factione russea DCLXXII. Apuleia Verecunda coniunx marito carissimo posuit.
Agli dei mani. A Muscolo auriga della squadra Russata, di origine toscana, ha ottenuto 682 palme della vittoria, tre volte con i Bianchi, cinque volte con i Verdi, due volte con gli Azzurri e 672 con i Rossi. Apuleia Verecunda sua sposa ha fatto innalzare questo monumento alla memoria di suo marito.
AE 1906, 106
Hyla agitator Panni Veneti. Vixit annos XXV, biga puerili vicit VII, quadriga XXI,revocatus III, secundas XXXIX, tertias XLI.
Hyla, auriga della squadra degli Azzurri. Ha vissuto 25 anni, ha riportato sette vittorie con le bighe degli juniores, 21 vittorie con le quadrighe, 3 volte è stato retrocesso, per 39 volte si è piazzato secondo, e 41 volte ha ottenuto il terzo posto.
E gli esempi sono tanti. Nomi di aurighi e nomi di cavalli accomunati nella vita come nella morte, a noi lasciati incisi su pietre, ma che ci portano l’eco delle folle acclamanti nei circhi di tanti secoli fa, per una passione sportiva che non conosce limiti temporali e confini territoriali.
20:51 Scritto da: manphry in cultura classica | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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03/11/2007
C'era una volta la vendemmia.
Nel mese di ottobre, ancora fino a mezzo secolo fa, per le strade dei paesi meridionali era un via vai di asini con grossi secchi di legno attaccati ai basti e colmi di uva che veniva trasportata nelle cantine. Non tutti i contadini, però, possedevano un asino o un qualche animale da soma; e allora chi aveva un asino prestava la sua opera di trasportatore, dal fondo dove si vendemmiava alla cantina della casa in paese.
Dato che la vendemmia capita in periodo autunnale, nel passato sia che ci fosse tempo bello sia che il tempo fosse meno favorevole, bisognava fare presto il lavoro, perché, come dicevano gli anziani, “ o tiempo nonn’aspetta a nui”, volendo significare che il tempo poteva cambiare da un momento all'altro.
Alla fine della vendemmia la vigna sembrava un campo di battaglia quando sono terminate le ostilità tra i combattenti. Qua e là le viti lasciate penzoloni e per terra tante foglie con i colori dell’autunno, e chicchi d’uva che non sarebbero mai diventati vino.
Nell'antichità lo stato sociale di una persona passava anche attraverso l’acquisto di vini raffinati e costosi per servirli a tavole nelle grandi occasioni; ma il consumo di vino non è certamente riservato ad una élite. Ad ogni ceto sociale il suo vino!
Il consumo divino nell’antica Roma è stato calcolato di un mezzo litro a testa. C’erano molti modi di bere vino. In genere il vino non era mai bevuto assoluto: il merum dei latini. Gli antichi aggiungevano l’acqua al vino e in estate invece dell’acqua si aggiungeva la neve conservata nelle neviere.
In alcuni passi delle sue Lettere Plinio il Giovane accenna alla vendemmia nei suoi fondi. In verità si lamenta che questa non è buona. “Personalmente mi trovo nel momento centrale della vendemmia: a dire la verità è magra, ma tuttavia più abbondante di quanto mi aspettassi, se si può chiamare vendemmia lo staccare un grappolo ogni tanto, il gettare qualche occhiata al torchio, l’assaggiare il mosto nelle cisterne, il fare qualche capatina dai miei servi di città che adesso sono preposti a quelli della campagna e che mi hanno lasciato solo con i miei stenografi e con i miei lettori” ( Epistole, IX, 20).Anche gli altri autori latini di opere dedicate all’agricoltura non sono molti prodighi di notizie sulla vendemmia. Columella, per esempio, riporta norme che riguardano lavori connessi con la coltivazione della vite, quasi niente sulla vendemmia. Questo fatto, viene così spiegato da Jerzy Kolendo, in un suo libro su L’agricoltura nell’ Italia romana (Roma, 1980): [in Columella] Mancano innanzi tutto i dati che riguardano la vendemmia, operazione che assorbiva molto lavoro e che doveva inoltre essere eseguita in un breve lasso di tempo, appena l’uva era matura. Molto spesso non si poteva vendemmiare contando unicamente sulla manodopera dell’azienda, perciò in alcuni casi si ricorreva alla vendita del prodotto sulla pianta oppure si mobilitavano tutte le forze ricorrendo anche al lavoro degli schiavi di città.
La mancanza di dati sulle norme di lavoro della vendemmia nei trattati d’agronomia che ci sono giunti, è spiegabile col carattere particolare di questa operazione. La quantità di lavoro necessaria alla raccolta dell’uva dipendeva infatti dal tipo di vite, dal sistema di coltivazione ed in particolare dal volume del raccolto di un dato anno. Per questa ragione non potevano esservi norme fisse di lavoro nel caso della vendemmia”.
I poeti non hanno fatto mancare i loro versi alla vendemmia. Si tratta, però, sempre di poche annotazioni. Il primo, e siamo alle origini della letteratura greca, è stato Esiodo che in “Opere e giorni”, vv. 609-617, così descrive la vendemmia:
“Quando Orione e Sirio son giunti a mezzo del cielo, e l’ Aurora dalle dita di rosa vede Arturo , allora, o Perse, cogli tutti i grappoli e portali in casa. Tienili al sole per dieci giorni e dieci notti; per cinque invece all'ombra, al sesto giorno, poi, verserai nei tuoi vasi i doni di Dioniso che dà molta gioia. Ma, dopo che son tramontati le Pleiadi e le Iadi e Orione possente, ricordati allora che è il momento d'arare, e che l'annata sia ordinatamente completata sotto terra”.
Che dire poi di Virgilio che dedica il secondo libro delle Georgiche alla coltivazione della vite, ma che poco si sofferma sulla vendemmia, stricto sensu. Eppure la poesia, i poeti, non hanno mai smesso di dedicare l’attenzione dovuta alla vite e al vino.
Ai giorni nostro una simpatica e interessante manifestazione culturale che si svolge annualmente ad agosto in un paesino del Collio sloveno, Medana. “E’ questa la prima tappa obbligata da toccare per capire i nuovi percorsi della poesia slovena contemporanea e in particolare le nuove voci femminili che la animano e la rinnovano, proprio perché Medana è il luogo in cui l’Europa giovane “del disincanto” si cerca e si trova nelle espressioni del “canto”: quella febbrile ricerca espressiva capace di superare stereotipi ormai vecchi e inadeguati. Qui per “fare poesia” basta un sacco a pelo per la notte, vino buono e tanta voglia di ascoltare. Di mettere l’anima in attesa. E ogni cantina, ogni vigna, ogni erboso declivio diventa un palcoscenico lontano dai festival ufficiali e dai concorsi letterari ingessati, che non sanno dire più nulla di nuovo”.E’ il festival internazionale di poesia “ Le giornate della Poesia e del Vino”. Non saranno gli esiodei Opere e giorni, ma sono giornate in cui ancora una volta si riscopre la forza inebriante della poesia. Da Ascra (patria del poeta Esiodo) a Medana (luogo, oggi, di incontri poetici) c’è come un filo conduttore nella letteratura occidentale, che trova nel “culto di Bacco” una delle sue più forti espressioni artistiche.
22:23 Scritto da: manphry in cultura classica | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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07/10/2007
Il mito dell'ambra.
La stipe votiva del santuario di Mefite nella Valle d’Ansanto (in provincia di Avellino) restituì anni fa un importante oggetto votivo, testimonianza della sua frequentazione fin da tempi remoti: una collana di ambra; oggi conservata nel Museo Irpino. La collana è fatta a grossi pendagli in forma di testa femminile, vista di prospetto con tutulus. Ragioni stilistiche indussero a datare le ambre del gruppo di Roscigno, con cui questa della Valle di Ansanto trova il più diretto confronto, alla fine del VI secolo a. C. Nuovi rinvenimenti a Melfi, Pisciolo (II metà V secolo a. C.), a Telese (fine del V sec. a. C.) e a Paestum (Andriuolo fine V-IV), inseriscono questi prodotti in una nuova più ampia problematica storica.
Gli antichi attribuivano poteri straordinari all’ambra, che la mitologia greco-romana collegava alla tragica fine di Fetonte, il giovane figlio del Sole fulminato da Zeus quando alla guida del carro paterno stava per dare fuoco al mondo intero. Le sorelle di Fetonte, che ne piansero la morte , vennero tramutate in alberi, da cui trasudavano non lacrime ma l’ ambra.
Gli antichi conoscevano bene la provenienza di questa resina fossile. Plinio il Vecchio ci dice che
l’ambra proveniva dalla Germania e di lì attraverso la Pannonia essa giungeva ai Veneti nell’alto Adriatico. E Tacito nella sua opera Germania riferisce come nell’estremo Nord dell’ Europa si trovi una popolazione, gli Estii, che raccoglie, nelle secche e sul litorale “dell’Oceano settentrionale”, l'ambra, che chiamano gleso. Essi, però, non si son posti il problema né della natura di questa sostanza né quale causa la produca; la raccolgono grezza, e la cedono per poco o niente. Per lo storico romano l’ambra è una secrezione di alberi, perché spesso si scorgono in trasparenza animaletti terrestri e anche volatili che, invischiati in quel liquido, vi restano racchiusi al solidificarsi di esso.
Di recente la prof. Francesca Fiorile ha scritto un interessante volume dal titolo PRESENZA E SCOMPARSA DELL’AMBRA IN LUCANIA TRA ANTICHITÀ E MEDIOEVO, che il Consiglio Regionale della Basilicata ha pubblicato nel 2004, come lodevolmente sta facendo da alcuni anni con opere che interessano la regione. Il volume della Fiorile apre nuove prospettive anche per capire da dove potrebbe provenire la collana di ambra ritrovata nella Valle di Ansanto.
“Nei paesi nordici –scrive la studiosa- l’ambra veniva usata fin dal Neolitico; sulla base dei ritrovamenti si possono ricostruire le tre vie fondamentali sulle quali si muoveva l’ambra: una occidentale, che collegava il Mare del Nord alle foci del Rodano; una centrale che scendeva dalle foci della Vistola all’alto Adriatico e una terza, orientale, dalle coste meridionali del Baltico raggiungeva il Mar Nero.
Sulla base dei rinvenimenti a sud delle Alpi, il corso dell’Adige sembra costituire la vera porta d’ingresso dell’ambra nordica nella pianura padana fino al XIII secolo a. C.”.
Nella penisola italiana il commercio dell’ambra fu fiorente nel nord dell’Adriatico. “Durante la prima metà del primo millennio a. C. le importazioni di ambra grezza dall’Europa settentrionale sono ingenti, tanto che nessuno dei popoli italici rimase estraneo a questo fenomeno e alle sue evidenti implicazioni economiche e culturali: i monili più ricercati erano destinati a personaggi femminili di alto rango, i caratteri terapeutici e apotropaici attribuiti all’ambra ne promuovono l’uso anche presso i ceti inferiori e non sono rari i casi di grani di questa sostanza rinvenuti in tombe maschili e persino di guerrieri”.
Una delle aree più ricche di manufatti in ambra e centro nevralgico dei commerci è l’area Picena, posta nel Medio - Adriatico. L’abbondanza dei reperti in ambra qui rinvenuti giustifica, per molti studiosi, la tesi che i Piceni detenessero nell’antichità il monopolio di questo commercio in Adriatico.
“L’area basso adriatica - sostiene la Fiorile- comprendente il territorio dei Dauni e dei Peuceti, ha restituito il maggior numero di ambre figurate e quelle di più elevato pregio artistico: Canosa si pone come il più probabile centro di produzione, ma è possibile che botteghe di alto artigianato fossero presenti anche negli altri siti. Tra la fine del VI secolo a. C. i rinvenimenti di manufatti in ambra si addensano particolarmente in Daunia e nell’area di Melfi.
“Il convergere di eccezionali testimonianze in questi territori ha alimentato l’ipotesi che localizza a Canosa, alla fine del VI e nel corso del V secolo a. C., botteghe di alto livello specializzate nella lavorazione delle ambre. “In questo centro - fa rilevare la studiosa- si sarebbero stabiliti artigiani provenienti dall’area campana, che avevano dato vitalità ad una produzione di ambre, influenzata dal mondo etrusco ma aperta anche alla suggestione dei modelli ellenici.
Al V secolo risalgono le tombe più ricche, che hanno restituito i pendagli d’ambra di fattura pregiata: da Melfi- Pisciolo provengono, oltre a protomi umane e di ariete, una grande figura di guerriero alato e due figure femminili alate, forse rappresentazioni di sfingi, di produzione locale; allo stesso periodo vanno attribuiti i rinvenimenti di Banzi e di Ripacandida. L’uso di monili in ambra figurata continua anche nella seconda metà del IV secolo”.
La vicinanza all’area Melfese e alla Daunia potrebbe far pensare anche per l’ambra figurata ritrovata nella Valle di Ansanto ad una provenienza dauna, a dimostrazione di un legame culturale del territorio irpino con le regioni adriatiche del Mezzogiorno.
21:48 Scritto da: manphry in cultura classica | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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