27/11/2011

Sbariare

 

Mi ritorna in mente una simpatica boutade di Renzo Arbore, che in uno spettacolo televisivo di molto tempo fa, alla sua maniera, improvvisò questa simpatica etimologia del verbo napoletano "sbariare": andare di bar in bar, cioè passare da un bar all'altro. In effetti  "sbariare", nel  dialetto campano in genere, sta a significare distrarsi da un impegno, da un'attività, distogliere  da qualcosa. Bisogna anche aggiungere che "sbariare co a capo" vuol dire farneticare, dire cose a sproposito o a vanvera.

Il collegamento, metaforicamente parlando,  del verbo "sbariare" con il bar, non è poi tanto azzardato. Si pensi un poco alla vita quotidiana nei nostri paesi: andare al bar (o come si diceva una volta, al caffè) è un modo per sottrarsi, anche momentaneamente, alla routine dello stare in casa. Per molte persone è quasi  un bisogno a cui non ci si può sottrarre.

 

E' accaduto che il mese di luglio scorso un bar del mio paese, in provincia di Avellino, chiuse i battenti. Nulla di strano: gli esercizi commerciali  come possono  avviare l'attività, possono anche farla cessare. Ma per i clienti abituali è stato un "dramma"; non avevano più il luogo dove  potersi incontrare e "sbariare".  Se poi vogliamo scomodare l'antropologia, si può dire con Marc Augé che  il bar del paese è un "luogo"; esso, infatti, è "identitario, relazionale e storico". E così il filosofo francese precisa il senso dell'ultimo dei tre aggettivi da lui indicati: "Storico, il luogo lo è necessariamente dal momento in cui, coniugando identità e relazione, esso  si definisce a partire da una stabilità minima. Lo è nella misura in cui coloro che vi vivono possono riconoscervi dei riferimenti che non devono essere oggetti di conoscenza".

Dopo il terremoto del 1980 sono stati costruiti nei nostri paesi dei centri sociali o di comunità. L'idea era quella di creare dei luoghi dove la gente del paese quotidianamente  potesse incontrasi. Oggi possiamo dire,  dopo più di trent'anni da quella calamità, che l'utilizzo di questi centri, se si escludono i meeting organizzati,  è a dir poco sporadico. I luoghi nei nostri paesi continuano ad essere quelli  della tradizione. E i bar rimangono i punti di riferimento per la vita sociale come nel passato i caffè o le cantine.  

Ogni bar del paese ha il suo territorio di competenza. Anche se non hanno legami di amicizia, i clienti si riconoscono,  sanno di far parte di "un luogo". E quando uno di questi esercizi pubblici dovesse chiudere,  essi trovano difficoltà a frequentarne un altro.  Sembra quasi uno sconfinare in altro territorio, il che vuol dire sempre attirarsi addosso qualche diffidenza; soprattutto se la linea di demarcazione ha un significato politico amministrativo, come accade nei piccoli centri.

I nomi di alcuni proprietari  di bar dei nostri paesi sono diventati "storici". La tradizione orale ne ha conservato il ricordo, perché hanno legato il loro nome a dei "luoghi". Si è tramandato nel mio paese anche il nome di una donna, Serafina, che gestiva insieme col marito il bar un tempo esistente nella parte alta dell'abitato. 

Le donne bariste ci sono state e ci sono nei nostri paesi, ma i bar in genere  sono luoghi "maschilisti". Altro che pari opportunità!  Un gelato, una pasta... e poi subito via. Nessun pregiudizio, ma ci si sente (le donne)  come spaesate.

Finalmente dopo alcuni mesi il bar ha riaperto i battenti. La piazza ha ripreso a vivere la sua vita di paese; gli amici si incontrano di nuovo. Quel luogo che aveva per qualche tempo perduto la sua identità, ora l'ha ritrovata.

 

                                                    Virgilio Iandiorio

 

 

 

15:35 Scritto da: manphry in storia locale | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

02/11/2011

Poesia e passione

 

In questi ultimi tempi accade sempre più spesso che l'amico Fausto Baldassarre, instancabile lettore di libri e giornali, mi porti da leggere articoli, che lui sa mi possono interessare. Soprattutto se hanno come argomento personaggi ed eventi dei nostri paesi. E così poco più di un mese fa,  mi consegnò, per  una attenta lettura, la pagina de L'Osservatore Romano in cui Enrico Reggiani commentava  il libro "Eminenti Vittoriani" scritto nel 1918 da  Lytton Strachey (1880-1932) e  riproposto recentemente a cura di Beppe Benvenuto dalla casa editrice Mursia. Il libro, con le biografie di quattro famose personalità inglesi dell'età appunto Vittoriana,  fu antesignano di  un genere letterario tra sociologia, storia e narrativa, che ebbe fortuna tantissima in Inghilterra e fuori.

Nella sua recensione Enrico Reggiani fa riferimento al poeta italo americano John Ciardi, che ha origini nella  provincia di Avellino; la madre, infatti, era nativa di Manocalzati, paese dell'Irpinia. E indicando i grandi autori che hanno scritto di Litton Strachey,  annota: "Di lui, raffinato saggista e critico letterario con giovanile propensione  per la poesia T. S. Eliot (1888-1965) scrisse nel 1921...Dopo Eliot, più di recente, il poeta americano John Ciardi (1916-1986), instancabile promotore di una poesia accessibile a tutti, lo ha invece rappresentato in un suo testo poetico come  ''un anziano signore con la voce intatta / di un fanciullo soprano che risponde trillando con l'unica parola Passion! alla domanda di un giornalista che gli chiede quale sia la cosa più importante nell'arte".

 

La poesia di Ciardi, a cui fa riferimento nel suo articolo Enrico Reggiani, è tratta dal libro THE COLLECTED POEMS  nell'edizione a cura di  Edward M. Cifelli, NJ 1997. La poesia, intitolata On passion As a Literary Tradition, inizia proprio con questi versi, che il giornalista traduce dall'inglese:

Asked by a reporter out of questions

to name the one thing most important to art,

Lytton Strachey, an old man with the voice

of an uncracked boy soprano, trebled, "Passion!"

In questa poesia dedicata proprio alla passione dell'arte, Ciardi  fa riferimento alle esperienze poetiche di Alfred Edward Housman (1859-1936), poeta inglese autore di saggi su autori della letteratura latina e greca; Nikos Kazantzakis (1883-1957) autore greco  di opere narrative che sono state portate anche sullo schermo, come Zorba il Greco nel 1964 e  L'ultima tentazione di Cristo nel 1988, ma l'opera sua più importante rimane il poema Odissea in 24 canti per un totale di 33.333 versi, pubblicata nel 1938. Un altro riferimento significativo in questa poesia di Ciardi è  ad Odisseo con il suo foghorn (vocione).

La tradizione letteraria dell'occidente ha riferimenti sicuri negli autori classici latini e greci; i due poeti citati  in questa poesia hanno rivissuto l'antico con la sensibilità dell'uomo del nostro tempo, come fece Ciardi quando pose mano alla traduzione della Divina Commedia in lingua inglese.

Per quanto riguarda l'annotazione di Enrico Reggiani a proposito di Ciardi come promotore di una poesia accessibile a tutti, si può rileggere quello che più di un secolo fa scrisse Benedetto Croce riferendosi alla fortuna  di Giusué Carducci  nella rivista "La Critica" (1,1903): "E c'è poi la poesia accessibile a tutti?". Presupporre  un  lettore che non abbia  una cultura storica e letteraria, non credo  sia un modo per rendere accessibile la poesia. Se accessibile vuol dire "chiaro", allora è tutta un'altra cosa.

                                                                                              Virgilio Iandiorio