05/10/2011

Quale futuro per i dialetti?

 

Agli inizi del secolo scorso, correva l'anno 1908,  il prof. Felice De Maria pubblicò un "Dizionarietto dialettale- italiano della Provincia di Avellino e paesi limitrofi", che l'editori Forni di Bologna ha ristampato nel 1980.

 

L'Italia era stata unificata da un mezzo secolo, ma non si voleva abbandonare il dialetto, anzi  esso poteva diventare funzionale alla diffusione della lingua nazionale. Come sostengono anche oggi gli autori delle grammatiche per le scuole.

 

 Il prof. De Maria  con il suo dizionarietto, indirizzato agli studenti, perseguiva una finalità squisitamente didattica. "Questo lavoro -scrive l'autore nell'introduzione- non è fatto soltanto perché consigliato dal Ministero della Pubblica Istruzione a tutti gl'insegnanti d'Italia (in molte scuole Italiane e straniere questo metodo è già adottato da parecchio, e sempre con ottimi risultati): ma perché è stato ed è mio fermo convincimento, che non sarà possibile conoscere la virtù de la lingua italiana, se non cercando l'idioma del popolo, che, tradotto nelle corrispondenti forme della Lingua viva, ne faciliterà di molto l'apprendimento."

 

Il rapporto tra lingua italiana e dialetti è un problema che si è posto sin dalle origini della nostra letteratura nazionale. "Dal punto di vista linguistico -sostiene Gian Luigi Beccaria- i dialetti italiani e la lingua nazionale sono sullo stesso piano: entrambi hanno avuto la stessa ’nobile’ origine, cioè il latino. Non è vero che i dialetti sono una corruzione dell’italiano".

 

Il prof. De Maria aveva raccolto "per famiglia i dialettali rispondenti allo stesso vocabolo italiano", ma per non creare difficoltà all'alunno che avrebbe consultato il vocabolario aveva optato per "l'ordine alfabetico delle voci dialettali". Quello che l'autore percepiva come un difetto, raggruppamento dei lemmi per famiglie di vocaboli, sarebbe stato, a mio modesto parere, un pregio del libro. "L' alunno - sottolinea l'autore per giustifica la sua scelta - sfogliando il dizionarietto sarebbe incorso nei dialettali del verbo cullare, che messi per ordine di parentela, come esprimenti lo stesso vocabolo della lingua viva, sarebbero stati: connolià-re, cutulià-re, cutelià-re, nazzecà-re, ninnolià-re, nzecolià-re, zeculià-re e di pioviginare, i dialettali: sceddicà-re, schizzecchià-re, chiovizzecà-re, chiullechià-re, chiuvilicà-re, chioveddecà-re, stizzià-re".

 

Bellezza del dialetto! L' azione espressa con l'italiano "cullare" nel nostro dialetto ha una quantità di sfumature che è difficile tradurre nella lingua nazionale: ninnoliare è cosa diversa dallo zeculiare, nel primo verbo si avverte una partecipazione quasi affettiva, mentre il secondo esprime un'azione più di ruotine, quando si vuole far addormentare il bambino. Ed altre sfumature semantiche si potrebbero indicare per i sinonimi di piovigginare.

 

Dove il dialetto manifesta la sua creatività è nei soprannomi, perché la cultura popolare si riassume in molti di essi. Ogni paese ha i suoi soprannomi caratteristici; a raccoglierli insieme si potrebbe scrivere una storia non solo linguistica, ma sociale e culturale delle nostre comunità.

 

Per  la formazione dei soprannomi in genere si preferisce il nome nella forma dell'accrescitivo, per la sua carica espressiva efficacissima a definire le persone . Qualche esempio: pertecone, si dice di un uomo alto ma poco perspicace; la derivazione dal sostantivo pertica, lungo bastone che serviva in genere per bacchiare noci castagni ulivi, spiega la sua funzione di strumento nelle mani del contadino, ma ad esso bisogna aggiungere il significato traslato di persona utilizzata da altri. E ancora lappazzone: nel dialetto irpino il lappazzo (da lapazio) è un' erba con foglie molto larghe e spesse, di sapore amaro che cresce lungo i torrenti o intorno a piccoli stagni, non porta frutto e non è commestibile, non serve praticamente a nulla; affibbiato ad una persone, ne qualifica la scarsa consistenza culturale, malgrado l'aspetto imponente. Che dire di sguarrone, che unisce in sé l'irruenza verbale (sguarrare è l'azione di rompere con forza e provocando  lacerazioni) di chi vuole apparire, come dice  Alessandro Tassoni, un "Sacripante", ma di fatto è  " nei pergli un pezzo di polmone".

 

                                                 

 

                                             Virgilio Iandiorio

 

 

 

18:39 Scritto da: manphry in storia locale | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook