28/11/2010
La valle Beneventana 2
La descrizione di Leandro Alberti continua con altri importanti riferimenti al territorio irpino; egli però ha sempre agli occhi, oserei dire, alla Valle Beneventana, quella del fiume Sabato.
"Poi sopra Benevento ad un terzo di miglio entra il fiume Calore nel Sabbato, parimente Calore nominato da Livio nel 24° libro quando narra, che Hannone si era fermato con l’essercito presso Benevento tre miglia, sopra il fiume Calore. Ne fa altresì memoria di questo fiume Antonino nell’Itinerario. Ritrovasi poi a man destra di esso fiume, qual si piega a i monti, et colli, che sono sopra Benevento, Giapigio [Lapio], Cusano [Chiusano], Castel Vecchi [Castelvetere], et più ad alto il Castello di Montella ornato del titolo del Contato. Sopra il fiume Calore, di là dal Sabbato due miglia fece Valente Imperatore, et non Valentiniano, un ponte congiungendo insieme la via Appia, et perciò fu dimandato ponte Valentino, il qual hora si vede rovinato. Poscia alla sinistra del detto fiume, vi sono vicini questi castelli, Apicio [Lapio] (ove già vedevasi un altro ponte per servitio di quelli, che passavano per detta via Appia) poi Mirabella, Tauraso, Cusano [Luogosano], Bagnuolo, Cassano, et Nosco. Et quindi comincia ad alzarsi l’Apennino, ove ha il suo principio il fiume Calore. Dall’altro lato del monte, di riscontro alla fontana [sorgente] del Calore, nasce il fiume Lofanto, o sia Aufido (come dissi nella Puglia.) Et ivi dissi, che questo fiume, fra tutti gli altri fiumi, solamente egli spacca l’Apennino, et parte [divide] l’una, et l’altra Puglia, et al fine sbocca nel mare Adriatico".
"Entra poi il fiume Tripalto nel Calore, al quale è vicino il nobil castello di Tripalta, ove si vedono artificiose officine da lavorare il ferro. Egli è ornato questo castello della dignità del Marchesato. Ivi nella chiesa principale giace il corpo di S. Ipolisto martire, et sacerdote, al cui sepolcro Dio mostra prodigi, et getta manna nella vigilia della solennità sua, et di esso giorno con il dì seguente, sudando esso marmo, col qual etiam affermano esser S. Sabino, et S. Romulo, come dimostra l’Epitafio ivi descritto. Si scorge poscia alla destra del detto fiume, una larghissima, et pericolosissima selva, ricettacolo di ladroni, dimandata la Selva della Tripalta dall’antidetto fiume, sopra la quale a man destra, sono vicini al detto fiume Boneto [Bonito], Grotta Menarda, Fiomarco [Flumeri]. Alla sinistra Mileto [Melito Irpino], Amando, Giuncolo [Zungoli]. Et sopra questi castelli, nell’Apennino, Monte Grumo, già così nominato, ma hora Crepacuore. Quindi esce l’antidetto fiume Tripalto. Scende da Crepacuore et [anche] il fiume Miscano, ch’entra nel Calore, nel medesimo luogo, ove sbocca il Tripalto. A man destra appresso di quelli, vi è Cursano, et Monte Calvo. Vedesi nel mezo de’ detti fiumi un molto aspro, et difficile colle, sopra il quale è posta la città di Ariano, da gli antichi Ara Iana nominata (come scrive il Volterrano.) banché non vi si veda segno alcuno d’antichità. Ella è hora ornata della dignità del contato. Ritrovasi poi alla destra del fiume Miscano, nella Valle Monte Malo [Sant'Arcangelo Trimonte], Buon albergo, Casalarbore, Castel Franco. Poscia vedesi la foce del fiume Tamaro, per la qual si scarica nel Calore di poco avanti, che esso sbocca nel Sabbato al Ponte Valentino. Egli è nominato questo fiume da Antonino nell’Itinerario Tamarus, il quale non è men grosso d’acqua del Calore. Nel mezo di questi due fiumi vi è ugualmente distante dall’uno, et l’altro Padule castello, et di sopra a man destra del Tamaro, vicino però ad esso, S. Giorgio, Molinara, Casal di Giano, Regnano, S. Maria, Colle ove passò all’altra vita di ghiocciola [colpito da apoplessia] Giacomo Caldora valoroso capitano di militia (come ho dimostrato) Cercello, Coffiano, et S. Croce".
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La Valle Beneventana 1
Come vedevano gli italiani di cinquecento anni fa il territorio che oggi noi diciamo Irpinia? Non è semplice curiosità erudita; ma provate, per esempio, a chiedere a un amico, o ad uno studente delle nostre scuole, quali e quante sono le province del Veneto o della Sicilia. Otterrete una risposta nel migliore dei casi incompleta. E allora diventa quanto mai interessante conoscere quello che gli altri (gli italiani dei secoli passati) sapevano di una parte della Campania interna. Non fosse altro per evitare, come accade oggi, di parlare senza conoscere e di vedere senza saper distinguere o riconoscere.
Il bolognese Leandro Alberti (1479 -1552) frate dell'Ordine domenicano studiò teologia, ma si interessò agli studi storici e geografici. L'opera sua più importante è la Descrittione di tutta Italia, pubblicata a Bologna nel 1550. Ad essa seguirono in ottanta anni altre dieci edizioni a Venezia e due traduzioni latine a Colonia. Nel lungo titolo dell'edizione veneta del 1596 è riassunto il piano di tutta l'opera: Descrittione di tutta l'Italia et isole pertinenti ad essa di Fra Leandro Alberti Bolognese, nella quale si contiene il sito di essa, l'origine et le Signorie delle Città et de castelli, co nomi antichi et moderni, i costumi de popoli et le conditioni de paesi et di più gli huomini famosi, che l'hanno illustrata; i Monti, i Laghi, i Fiumi, le Fontane, i Bagni, le Minere et tutte le opere meravigliose in lei dalla Natura prodotte.
Nella descrizione dell'Abruzzo, dodicesima regione nel suo libro, fra Leandro parla diffusamente del Sanniti e della valle del fiume Sabato, che equivale per il nostro autore all'Irpinia tout court. Egli attinge agli autori classici e a quelli del suo tempo, tra i quali : Raffaele Volterrano, nato a Volterra nel 1451 e morto nel 1522, autore di un'opera in 38 volumi, Commentariorum urbanorum libri, edita del 1511; Annio da Viterbo (c. 1432 – 1502), frate domenicano primo "etruscologo" ed esperto di lingue orientali, autore di 16 volumi di Antiquitates pubblicati nel 1488, sulla cui affidabilità storiografica non si può giurare.
Lasciamo che Leandro Alberti ci conduca in questo tour storico geografico nell'antica Irpinia:
"Gli Irpini trassero questo nome, come dimostra Strabone nel 5. libro dal Lupo, che li condusse in questo paese ad habitare; conciosia cosa, che i Sabini dimandano il Lupo Irpo. Et sono i loro termini presso i Lucani, c’habitano ne’ Mediterranei, da Plinio sono annoverati nella seconda Regione, ove è Benevento. Di questi Irpini ne scrive Appiano Alessandrino nel 1. libro et Livio in più luoghi, et Sillio Italico nell’undecimo libro quando annovera i popoli, che si dierono ad Annibale dopo la rotta di Canne dell’essercito Romano... Egli è nominato il paese vicino a Benevento, Valle di Benevento, et da altri il Destretto, ch’è lungo molte miglia, insino alle fontane [sorgenti] del Silaro. Et è bello, fertile, et dilettevole da vedere, et pieno di Terre, già di gran nome. Volendo adunque io seguitare gli antichi scrittori, descriverò essere tutto ’l paese, ch’è intorno a Benevento (nel quale habitarono gli antichi Sanniti) parte del Sannio. Vero è, ch’io nominerò i luoghi di esso, non come vorrei, ma come potrò, per esser mancati gli antichi nomi insieme co i luoghi, et altri nominati di nuovi nomi molto disconvenevoli da gli antichi. Et non solamente io descriverò i luoghi posti nella bella pianura (della quale ho fatto memoria) ma etiandio quelli, che si ritrovano circa gli Gioghi dell’Apennino, et d’altri monti. Et prima si vede in questa parte del Sannio, da Benevento sei miglia discosto, ne’ colli Monte Fuscolo castello, et sopra quello Torre [Torrioni], et Monte di Militio [Montemiletto]. Vi è poi la valle, per la quale scorre il fiume Sabbato, che esce dall’Apennino, ove si dicono i Gioghi di quello, Monte Tremuli. Et quindi scendendo, et passando per li luoghi bassi, facendo molte flessioni, et ricevendo quasi tutti i fiumi, et sorgivi d’acque del paese di Benevento (del quale hora parliamo) al fine si scarica nel fiume Volturno, grandemente accrescendolo. Egli è dimandato questo fiume da Antonino Sabbatum, et al presente dal volgo, il fiume di Benevento, perché egli passa presso detta città. Io credo, che sia quel fiume da gli antichi nominato Samnium, del quale ne fa mentione Floro. Il Volturno è il fiume, che passa vicino a Capua (come scrissi in Campagna). Sono intorno a questa valle (per la quale ho detto passare il Sabbato) che è vicina a Benevento, a man sinistra questi castelli, Monte Falcone [Montefalcione], Candida, et Serpito [Sorbo Serpico]. Poscia ne i soprani, alti, et difficili monti, chiamati Monti Tremuli sopra nominati, appare Vulturata [Volturara] città". (continua)
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11/11/2010
Sacro e sagra
L’estate ormai è finita da un pezzo. I mesi autunnali segnano la ripresa di tutte le attività che nei mesi dell'estate erano state sospese in tutto o in parte. Atque in se sua per vestigia volvitur annus (l’anno si avvolge su se stesso, ritorna sulle sue orme) (Virgilio, Georgiche, 2, 402).
Senza nulla togliere al periodo di riposo, di vacanze, di spensieratezza tipico della stagione estiva, non si può non rilevare come in questi ultimi trent’anni le nostre estati (almeno quelle delle zone interne della Campania doce io abito) oscillino, come il pendolo, tra il “sacro” e il “sagro”, o meglio la “sagra”.
Il santo, il patrono in particolare, è riferimento indiscusso per le comunità, che partecipano generosamente alla realizzazione delle feste, con tanto di luminarie, musica e fuochi d’artificio.
Vicino o lontano che guardiamo, non si può non notare un affievolimento del senso religioso che spesso rasenta l’indifferenza verso la Chiesa. Lo sdegno che suscitano degli atti abominevoli perpetrati da alcuni sacerdoti e religiosi nel mondo, presentati ad arte dai mezzi di comunicazione per gettare discredito, certamente contribuisce ad accelerare il clima di sospetto verso ciò che è sacro e l’allontanamento progressivo dalla vita della Chiesa locale soprattutto nelle sue manifestazioni liturgiche. Ad eccezione, naturalmente, degli eventi più significativi della vita di un uomo: la nascita, il matrimonio, la morte.
Per noi occidentali ( indoeuropei, per origine linguistica) il fenomeno religioso è legato alla parola sacro (dalla radice indoeuropea sak-, da cui sakros ). E si può rilevare come nella storia tutte le espressioni religiose siano organizzate intorno al sacro. Il sacro non coincide con la normalità. Esso evoca l'idea della straordinarietà, qualcosa che è oltre il quotidiano, il normale: lo spazio sacro infatti è lo spazio separato da quello ordinario; il tempo sacro è un tempo straordinario, oltre la scansione dei giorni e dei mesi. Per Georges Dumézil (1898-1986), storico delle religioni, filologo e linguista francese, la radice indoeuropea sak- sta a indicare il fondamento del reale e tocca la struttura fondamentale degli esseri e delle cose, la relazione con gli dei e la conformità con il reale. Dalla radice sak- deriva il verbo sancire, l’aggettivo sacer e il sakros del Lapis Niger della Roma dell’epoca monarchica. Altri studiosi, come Mircea Eliade (1907-1986), hanno dimostrato come per la mentalità arcaica, tradizionale, sacro equivale alla realtà per eccellenza (Mircea Eliade, Il sacro e il profano, Boringhieri, Torino 1973), a ciò che esiste in massimo grado, con la massima intensità; Huguette Fugier ha notato come la radice sak-, che sta alla base di tutte le parole indoeuropee indicanti il sacro, presenta un immediato riferimento con l'essenza del reale, con i suoi fondamenti più veri e concreti (H. Fugier, Recherches sur l'expression du sacré dans le lingue latine. Parigi, Les Belles Lettres, 1963). Julien Ries afferma che, «per il pensiero indoeuropeo, il sacro costituisce una realtà fondamentale dell'esistenza» (J. Ries, Il sacro nella storia religiosa dell'umanità, Jaka Book, Milano 1981). Alla parola “sacro” si lega il termine sancire, che Isidoro di Siviglia così spiega: “Sancire est autem confirmare et irrogazione poenae ab iniuria defendere; sic et leges sanctae et muri sancti esse dicuntur”, e nella traduzione italiana: sancire significa confermare e proibire un’ingiustizia sotto minaccia di pena. Da qui anche il fatto che si parli di leggi sante e muri santi.
La ricerca scientifica moderna, frutto della cultura e della mentalità occidentali, è giunta a contraddire nettamente tale assunto: oggi il sacro equivale a fantasia e irrealtà; la scienza, invece, si caratterizza per le sue conoscenze e i suoi dati "concreti".
La Chiesa, che ha preso atto come negli ultimi secoli tra i fedeli che partecipavano all’assemblea (ecckesìa) si era giunti quasi all’incomunicabilità, nella riflessione conciliare e post conciliare ha dato spazio ai linguaggi non verbali (la comunicazione sonoro-verbale, per esempio).
Il proliferarsi delle “sagre” in questi ultimi decenni può sembrare quasi un modo nuovo di avvicinarsi al “sacro” . “Forse la svolta epistemologica più gravida di conseguenze nel nostro tempo riguarda proprio la considerazione dei linguaggi non verbali che non sono semplici materiali sensoriali a cui si applica la ragione ma vere e proprie forme di pensiero” (intervento di mons. Felice di Molfetta al convegno Lo spazio sacro come spazio visivo e sonoro, Progettazione di chiese: il problema dell’acustica, Bari 1-3 giugno 2006).
17:36 Scritto da: manphry in opinioni | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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07/11/2010
Il freddo e la leggenda
Due versi posti dal poeta Patrice De La Tour Du Pin come introduzione al suo libro La quête de joie, (che potremmo tradurre "la ricerca di gioia")
« Tous les pays qui n’ont plus de légende / Seront condamnés à mourir de froid….
sono quasi profetici per il nostro tempo. E oggi noi possiamo comprendere ancora meglio cosa significhi "morire di freddo" nelle nostre città, nei nostri paesi, dove sembra difficile ritrovare il senso stesso della vita.
Discendente per parte di padre da una nobile famiglia del Delfinato e, per parte di madre, dai Condorcet, Patrice De La Tour Du Pin nacque a Parigi il 16 marzo 1911. A diciannove anni divenne molto conosciuto con la pubblicazione del volume di poesie " La Quȇte de Joie", sul periodico La Nouvelle Revue Française, poi nelle Editions de la Tortue nel 1933. Successivamente apparvero L'Enfer (1935) e Lucernaire (1936), Le Don de la Passion nel 1937 nei Caiers des poèts catholiques, Les Psaumes nel 1938 , La Vie recluse en poésie nel 1938 , Les Anges en 1939. Tutte le poesie saranno raccolte nella Summe de Poesie, ma il testo definitivo venne pubblicato post mortem nel 1981-83.
Con il Concilio Vaticano II e l'introduzione delle lingue nazionali per la Messa, egli ha avuto un ruolo importante nella redazione della Bibbia per la liturgia cattolica di lingua francese; in particolare partecipò, a partire dal 1964, alla redazione dei Salmi nella Commission Liturgique de Traduction. Morì a Parigi il 28 ottobre 1975.
Quei versi posti come incipit della sua raccolta di poesie sono sconvolgenti, essi hanno il senso e l'andamento di un salmo biblico. Tutto si racchiude in quei due sostantivi "leggenda" e "freddo". Mi ricordano quel passo di Plutarco in cui si dice che c'è una città fantastica dove gli abitanti pronunciano parole che si congelano per il freddo e si scongelano con il caldo; accade perciò che le parole dette dalla gente d’inverno vengono ascoltate solo con l’arrivo della stagione calda. Nel poeta francese, però, non è data questa possibilità di "scongelamento", perché il "freddo" di cui parla è connesso con la morte.
I paesi che non hanno più leggenda sono condannati a morire di freddo. In origine la "legenda", dal latino legenda, cioè da leggersi, si riferiva alla vita di un santo, martire o confessore, di cui doveva farsi la lettura nel giorno della festa. Col tempo e con l'introduzione di elementi fantastici, frutto dell'immaginosa devozione popolare, la leggenda "ha finito per applicarsi a qualunque racconto che prescinde dalla storia o la deforma, ma che si riferisce a personaggi che sono realmente vissuti, o a figure immaginarie, collegate però con dati luoghi e operanti in un dato tempo" (Enciclopedia Italiana, sub voce). Per quanto fantastiche possano essere le storie narrate, la leggenda suppone sempre: un legame qualsiasi o storico o topografico con la realtà, uno scopo di carattere religioso o civile valido a esaltare la vita sociale del gruppo, un'amplificazione ideale di un fatto, che viene elevato a simbolo della storia, degli ideali sociali e morali del popolo che lo crea. E sotto questo aspetto la leggenda simboleggia ciò che vi è di essenziale nel pensiero e nelle aspirazioni dell'anima popolare. La leggenda lavora, anche in maniera inconsapevole, sul dato storico o sociale per innalzarlo a valore rappresentativo del gruppo in cui prende forma.
Non avere "lègende" è come non avere più una identità, non avere un'anima, non avere aspirazioni. La poesia che segue i due versi indicati è un canto sulla desolazione che regna sulla terra nel momento in cui si è lasciato tutto: E' il paese degli angeli selvaggi, /che non avrebbero potuto nutrirsi d'amore; /come tutte le bestie di transumanza /un segreto le spingeva sempre; /talvolta restavano nel seno degli eletti, /abbandonando la mitezza della terra, /ma sentivano battere nelle loro arterie /il rimpianto dei cieli, che non avrebbero più visto.
Parole, e versi, di un "credente" del ventesimo secolo, la cui fede non è una semplice certezza, ma una ricerca attraverso gli ostacoli, attraverso l'avventura di una parola sempre precaria: una poesia che per una volta è volutamente messa accanto alla gioia, che è uno dei nomi di Dio, in una "ricerca di gioia" dove, di fronte alla sfida delle grandi tragedie del secolo scorso, un poeta ha cercato di recuperare il senso della speranza.
08:26 Scritto da: manphry in Personaggi | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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