02/01/2008

Guardie, ladri e assassini

Negli anni tra il 1829 e il 1833 (tra quelli presi in esame) il sig. Intendente di Avellino elogia  attraverso l’organo di stampa ufficiale Giornale dell’Intendenza del Principato Ulteriore diverse guardie urbane dei comuni della provincia che si sono distinti nell’assolvimento del loro dovere di reprimere azioni delittuose nel territorio di loro competenza.

Uno sceriffo a Grottaminarda.

 

Siamo nell’autunno del 1829. In uno scontro a fuoco la Guardia Urbana di Grottaminarda pone fine alla carriera di fuorilegge di Todisco Raffaele di Flumeri, tristemente noto con il soprannome di Scampaniello, che “Autore di non pochi reati– recita la circolare del 24 ottobre 1829- si manteneva latitante, scorrendo a mano armata la campagna ed incutendo terrore a’ pacifici abitanti dell’intero distretto (di Ariano). Egli fece anche parte della comitiva di malfattori che in settembre dell’anno scorso (1828) aggredirono la vettura corriera proveniente dalle Puglie”.

Scampaniello un poco come il Passatore romagnolo “re della strada e re della foresta”, solo che quello irpino non aveva certo la qualità di  essere “cortese”. Si teneva nei dintorni di Grottaminarda, evidentemente in questo paese, che poi confina con il suo, doveva avere degli adepti; ma proprio nel paese della valle dell’Ufita il 4 settembre in un agguato tesogli dalla locale Guardia Urbana, di concerto con le autorità di polizia, Scampaniello rimaneva ucciso nello scontro a fuoco.

“Questa importante operazione –conclude l’Intendente nella sua circolare- va principalmente dovuta al Capo Urbano Sig. Ciaburri Giuseppe. Seppe costui prender tali misure e dirigere così bene la sua forza che non poteva non attendersene un tanto favorevole risultamento”.

In un’altra comunicazione, datata Avellino 27 ottobre 1931, l’Intendente, Cav. Valentino Gualtieri, scrive ai “Sottointendenti, Giudici regi, Sindaci e Comandanti la forza pubblica della Provincia” per elogiare ancora una volta Don Giuseppe Ciaburri Capourbano di Grottaminarda.

“Da poco destinato dalla Clemenza di Sua Maestà l’Augusto Nostro Signore– esordisce l’Intendente- all’Amministrazione di questa provincia, ho cercato, per ben corrispondere a tanto onore, di pormi a giorno degli affari tutti della stessa, ed in conoscenza di coloro tra’ suoi abitanti che più si distinguono per zelo del pubblico e privato bene. Con questo pensiero occupandomi del personale de’ Capi urbani, ho con sommo compiacimento ravvisato essere D. Giuseppe Ciaburri di Grottaminarda pieno di caldo interesse a pro della pubblica sicurezza, virtù la più nobile fra tutte, perché assicura la massa di quei beni, che ciascuno può godersi”.

Segue un profilo di questo eroico Capo urbano, che era salito molto in alto nella stima delle autorità provinciali e del Regno:

“Il Ciaburri fornito di accorgimento, non men che diligente ed operoso, contribuì moltissimo allo scrovimento ed arresto dell’occulta comitiva di ladri che nell’ottobre del 1830, dopo la consumazione di tanti altri misfatti, assalì e saccheggiò la casina di Pasquale di Pietro nel territorio di Bonito, operazione per la quale ne ritrasse gli elogi, che ben dovuto gli erano; egli integerrimo ed esattissimo si è dimostrato nell’esecuzione degli incarichi riguardanti la Civile Amministrazione da questa Intendenza commessigli come Consigliere provinciale; egli con coraggio, e di buon grado abbracciò ultimamente l’invito avuto dal Sig. Sottointendente di Ariano, di lasciar la patria e porsi in moto per la persecuzione del famigerato Aniello Capodilupo di S. Sossio, ed egli zelatore accuratissimo della tranquillità pubblica seppe far sì che a lui in gran parte debba la provincia la distruzione del Capodilupo, ormai troppo infesto e pericoloso”.

Giuseppe Ciaburri somiglia ad uno sceriffo del West. E proprio come in un film western si conclude la storia, almeno così finisce quella del 1831.

“Con tutti questi titoli– scrive l’Intendente- il Sig. Ciaburri avea ben diritto a ripetere una ricompensa, ed io richiesto a dar ragguaglio di lui, e delle sue operazioni, ad onta che non ne fossi stato testimone oculare, giacché allor qui non mi trovava, pure, dopo essermene assicurato, non ho saputo agli Eccellentissimi Ministri Segretari di Stato degli Affari Interni, e della Polizia Generale dipingerlo,che servendomi de’ colori i più lusinghieri. L’estimazione verso chi sa molto meritare è un dovere per tutti, ma in quanto a me non vi è cosa che si ansiosamente desidero, quanto il ritrovar chi ne sia degno per rendergli pubblici attestati di lode”.

Il meritato premio, nientemeno concesso dallo stesso re di Napoli, “essendosi degnata Sua Maestà nel Consiglio Ordinario di Stato de’ 7 di questo mese (ottobre) accordare al Ciaburri la medaglia di Oro del Real Ordine di Francesco I, luminosa prova del paterno cuore della Maestà Sua, giusto estimatore del merito, e pronto ad impartire larghi compensi a quei suoi sudditi che distinguonsi nel ben operare”.

A Montefredane, una taglia sul parricida mancato.

Accanto agli elogi per le Guardie Urbane, che si distinguono per zelo e abnegazione nel perseguire gli autori di delitti e malefatte, molto spesso nel Giornale dell’Intendenza si trovano i mandati di cattura per malfattori che sfuggono alla polizia e alla giustizia.

Il 9 novembre 1831 viene disposto l’arresto di D. Vincenzo Giordano di Montefredane. “Don Vincenzo Giordano– è scritto nel dispaccio diramato dall’Intendente Valentino Gualtieri- calpestando le leggi della natura e civili, nel giorno 26 dello scorso ottobre si rese colpevole di mancato parricidio, e di omicidio volontario in persona di Don Biagio Giordano del detto comune. Riferiti da me tali atroci misfatti a S. E. il Ministro Segretario di Stato della Polizia Generale, l’E. S. nelle di cui sublimi vedute precipuamente è a cuore la pronta punizione de’ malvagi, con sua autorevole ministeriale de’ 2 del corrente mese mi ha comandato di accordare un premio a chi riesca di arrestare ed assicurare alla giustizia il delinquente Giordano. Ed io esatto esecutore degli ordini della prelodata E. S. fo noto alle SS. LL., che colui, o coloro, i quali assicureranno alla giustizia il detto Giordano, conseguiranno il guiderdone di ducati trenta, per ricompensa di siffatto servizio”.

Vincenzo Giordano non era uno dei tanti comuni delinquenti; la qualifica di “legale” sta ad indicare la sua condizione professionale. Molte erano nel paese le famiglie Giordano, ma di questo personaggio nessuno si è interessato, anche perché  non aveva certo dei meriti da vantare. 

Altro non ci è dato di sapere, almeno per ora, su questo grave episodio; i motivi del tentato assassinio del padre rimangono oscuri, e non è corretto avanzare ipotesi senza avere degli indizi. Abbiamo, però, la descrizione somatica dell’uomo: “Don Vincenzo Giordano, del Comune di Montefredane, di condizione Legale, statura giusta, capelli castagni, color naturale, occhi cervoni (di colore marrone, diremmo oggi), naso grosso, barba folta, di anni 35 senza marche apparenti”.

Parricidi e ardimentosi contadini a Chiusano.

Più grave il fatto di sangue accaduto a Chiusano, dove nel luglio del 1833 Pasquale Cataldo uccise il padre. Anche qui l’assassino dopo il delitto fece perdere le sue tracce; e l’Intendente emise l’ordine di arresto.

Avellino 3 luglio 1833. Ordine di arresto contro Pasquale Cataldo di Chiusano:

“Pasquale Cataldo di Chiusano nel dì 1 di questo mese dopo essersi degradato nella società uccidendo il padre si rese colpevole benanco di un mancato omicidio in persona di una donna, e di ferite a due contadini”. Un dramma “rusticano” in piena regola: potessimo conoscessimo i motivi che scatenarono tanta violenza! La presenza di una donna, infatti, può indurre a diverse ipotesi, certamente quella con più forza drammatica sarebbe essere quella passionale.

“E’ d’uopo –scrive l’Intendente Valentino Gualtieri- che costui sia omninamente assicurato alla giustizia; e siccome appena commessi i misfatti si diede in fuga, ne riporto qui appresso la descrizione personale, onde sia per tutta la provincia ricercato.

Pasquale Cataldo di anni 20 circa, di condizione contadino, statura piuttosto alta, capelli castagni, occhi cervoni, naso giusto, mento regolare, colore naturale, barba poca, veste con gabano di panno monachino, gilé di panno rosso, calzone di felpa bleu chiaro, cappello e scarpe alla contadina”.

Ma a Chiusano ci sono anche ardimentosi volontari che pagano con la vita la loro partecipazione alla caccia di malfattori.

Sempre l’Intendente Valentino Gualtieri si fa promotore di risarcimento del danno in favore di una povera vittima e dà comunicazione della concessa ricompensa da parte dell’autorità sovrana con lettera del 22 settembre 1833.

Il fatto era avvenuto nelle campagne di Chiusano nel 1832. “In dicembre dell’anno scorso (1832) i due urbani Pasquale Frezza e Giuseppe Matarazzo e l’animoso contadino Lorenzo Castaldo di Chiusano nell’atto che quattro ladri avevano nelle campagne di quel comune commesso un furto, corsero ad attaccarli. Nell’ineguale cimento i coraggiosi urbani e il loro compagno ricevettero gravi ferite, in conseguenza delle quali l’infelice Matarazzo indi a poco cessò di vivere. Ma con tutto ciò i ladri non potettero salvarsi. Tre di essi furon presi nell’azione. Due hanno già espiata la pena con l’ultimo supplizio.

Poco dopo il conflitto mi erano giunti memoriali dei feriti, e de’ genitori dell’estinto Matarazzo, per esser soccorsi nello stato indigente in cui con le loro famiglie trovavansi. Non esitai a rassegnare le loro suppliche all’Eccellentissimo Ministro Segretario di Stato della Polizia Generale, il quale con la vasta sua mente sa occuparsi egualmente de’ grandi affari dello stato, e di ogni fatto particolare. Sottopose S. E. alla Maestà dell’Augusto e Clemente Nostro Sovrano l’avvenimento e le circostanze narrate. Quindi S. M. si è degnata di concedere un sussidio mensuale di ducati tre alla famiglia dell’ucciso, e ducati dodici per una sola volta a ciascuno degli altri due”.

Due considerazioni aggiunge l’Intendente nella sua lettera ufficiale: la prima di riconoscenza al sovrano perché si interessa anche delle difficoltà della povera gente, la seconda di incitamento a fare come coloro che si impegnano, a costo anche della vita, nella repressione del crimine; e conclude:

“Laddove l’esempio loro fosse, come dovrebbesi, generalmente seguito, le sostanze e la vita dell’uomo pacifico, o che riposi al suo tetto, o che giri per pubbliche vie, o per solitarie contrade, non avrebbero più nulla a paventare dalle insidie del ladro e dell’assassino”.

A distanza di due secoli, circa, quella speranza (o monito) dell’Intendente di Principato Ulteriore può sembrare anacronistico, perché oggi il problema della sicurezza è diventato planetario. Ma questo il sig. Intendente non poteva prevederlo.

 

16:59 Scritto da: manphry in Personaggi | Link permanente | Commenti (3) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

Commenti

ciao :)
abbiamo inserito una mappa sul blog che permette di linkare il vostro blog con l'inserimento anche di una foto, prova a vedere ;D

Scritto da: sicilianipercaso | 04/01/2008

ciao mi complimento con te per il blog.
sono appassionato di storia in particolare quella delle provincie napoletane.
trovo molto interessante quanto riferisci.
se ti va, dai un occhiata anche al mio.
ciao

Scritto da: poesie-pittura | 06/01/2008

ciao,
credo che il tuo blog possa essere di grande interesse anche per quanti pensano sempre alle cretinate, perchè la storia come la letteratura in genere, sono le "forme" principali della cultura umana.
ciao

Scritto da: paceebeneate | 06/01/2008

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